La luce naturale delle torce e delle candele illumina gli spazi delle case e delle cantine, ricreando un’epoca ormai lontana. Siamo alla fine del Cinquecento e l’inquisizione della Chiesa cattolica è un’operazione usuale per cercare di fenare le domande scomode che il popolo inizia a farsi. Menocchio, un vecchio mugnanio, alza troppo la voce e s’interroga sui dogmi di un’istituzione potente  che però non convincono fino in fondo.

Menocchio di Alberto Fasulo è girato con rigore e con la severità adeguata al tema e anche la ricostruzione storica, forse enfatizzata, è piuttosto riuscita. Tuttavia sembra un déjà-vu. Sembra uno di quei film che sai già come va a finire. Senza sorprese né invenzioni particolari. Senza slanci originali. È come se il cinema si fosse fermato e non avesse più nulla da dire. Ed è un peccato perché alla fine il cinema è anche scoperta e originalità e se mancano questi aspetti perde di fascino e di interesse.

Un peccato vedere un’opera così scontata e già vista (anche se ben fatta a livello estetico) soprattutto da un regista nato nel 1976 e quindi ancora piuttosto giovane.

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