Rubo a un amico la definizione di Likemeback, in concorso per la sezione Cineasti del presente: pubblicità progresso, diceva. Ha ragione, ma forse è un po’ riduttiva. Il film di Leonardo Guerra Saragnoli lancia un appello: i social network possono essere pericolosi. Un appello rivolto soprattutto ai più giovani che con questi strumenti ci vivono giorno e notte, ma che spesso non li conoscono fino in fondo. Ecco, questa è la pubblicità progresso di cui si diceva: state attenti ragazzi, vi potete fare male.

Eppure la vicenda – tre ragazze appena finito il liceo fanno una vacanza in barca – tiene. Nel senso che non ci annoia. Forse ci irrita, ma non ci si annoia. E questo è già un passo avanti. Almeno è un’emozione nuova rispetto a tante cose viste finora, anche in concorso.
Certo, dall’inizio sai bene dove si va a finire. Comprendi perfettamente le dinamiche e ti immagini che cosa succederà, un po’ come in Menocchio. E il film non tradisce l’ovvietà. Anzi ci si butta a capofitto, ma lo fa con un certo ritmo e con dialoghi che – per il livello italiano notoriamente scarso – sono comunque giusti. A differenza di quel film, inoltre, le ragazze sono credibili, probabilmente anche perché mettono in scena la loro vita.
Eppoi c’è quel finale. A me i finali così fanno morire. È un finale alla Il Laureto. Dove, senza una parola, si dice tutto e il suo contrario e si lasciano aperte tutte le strade. Già usato? Vero, forse addirittura abusato. Ma non fa niente. Mi lascia sempre una bella sensazione, una speranza che l’autore possa migliorare e cercare di ripartire da quel finale.

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