La sua assenza, qui sulla Croisette, è come una presenza. Nel senso che è ovunque, nelle strade, appeso fuori dalle vetrine e in gigantografia su Palais. E questo grazie al manifesto dedicato a un suo vecchio film. Stiamo parando di JLG, ovvero Jean-Luc Godard che ha portato a Cannes il suo ultimo lavoro Le livre d’image, e il direttore lo ha premiato mettendolo subito in concorso.

La città sulla Costa Azzurra deve molto al regista franco-svizzero, e anche lui al Festival. Esattamente 50 anni or sono, nel 1968, fu uno dei promotori della rivolta contro la decisione del ministro della cultura André Malraux di rimuovere Henri Langlois dal posto di direttore della Cinémathèque française. E ora, mezzo secolo più tardi eccolo qui, a gareggiare insieme ad altri registi che da lui, chi più chi meno, si sono ispirati.

Certo, dovrei parlare del film, anche perché vederlo alle 8.30 del mattino ti segna la giornata e forse il weekend, ma è piuttosto difficile commentare un’opera di un regista assente e presente nello stesso tempo. Un uomo che è diventato un’icona del cinema mondiale. È difficile anche perché, come negli ultimi lavori, ha lasciato perdere la linearità della narrazione e si è concentrato sul lavoro artigianale del montaggio. Un lavoro minuzioso sulle immagini, il suono e le parole scritte. E a fare da collante, la sua voce narrante. Quella un po’ tremolante e sporcata dai milioni di sigari fumati.

E dovrei pure parlare della conferenza stampa. Il momento più importante, finora, di questa rassegna. Per il modo in cui è stata organizzata, per il fatto che in collegamento video telefonico c’era lo stesso regista e per quello che ha detto. Ma tutto ciò lo lascio alle pagine della rivista. Sul prossimo numero, parlerò anche di questo evento nell’evento.

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