Carlo Chatrian (o chi per lui) quando sceglie i film per il concorso internazionale dovrebbe farsi un esame di coscienza ed essere in chiaro che il pubblico li guarda sulle cadreghe (il termine dà meglio l’idea dell’oggetto) scomode del Fevi. Ecco, è quello che abbiamo pensato guardando Yara di Abbas Fahdel.

Per 1 ora e 40 gli spettatori sono costretti a vedere un film che sinceramente non ha un senso compiuto e sarebbe potuto durare 5 minuti. Siamo in una vallata del nord del Libano, quasi disabitata, e seguiamo le avventure (una parola grossa chiamarle avventure) di una giovane ragazza che vive con la nonna perché ha perso i genitori in un incidente.

E allora vediamo: Yara che si pettina, Yara che guarda il paesaggio, Yara che parla con la nonna, Yara che incontra un giovane escursionista, Yara che si pettina, Yara che accudisce le capre, Yara che dà da mangiare alle galline, Yara che si pettina (lo so l’ho già detto, ma è la cosa che fa più di frequente), Yara che piange perché il ragazzo conosciuto deve andare in Australia, Yara che guarda l’immagina della Madonna appesa al muro, Yara che si pettina…

Insomma, tanta roba e io l’ho vista tutta. Sono un eroe e con me tutti gli spettatori del Fevi.

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