È cinema vero, con la C maiuscola quello di Woman Unknown, il film di May el-Toukhy presentato in concorso alla Mostra di Venezia. Un film teso, rigoroso, formalmente molto controllato, che va a scavare in una pagina della storia europea poco raccontata: quella dei giorni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, quando alla liberazione dalla Germania nazista seguì, in Danimarca, una stagione di epurazioni, vendette e processi sommari. E soprattutto quando a pagare furono, in modo particolarmente feroce, le donne accusate di aver avuto rapporti con i soldati tedeschi.

May el-Toukhy, unica regista donna con un film nel concorso veneziano, parte proprio da queste figure quasi cancellate dalla Storia: le cosiddette “collaborazioniste orizzontali”, donne che durante l’occupazione avevano avuto relazioni sentimentali con militari tedeschi e che, dopo la guerra, furono esposte alla pubblica umiliazione, rasate, picchiate e marchiate come traditrici e con una svastica. La regista ha raccontato di essere stata colpita da fotografie d’epoca che documentavano queste donne e da lì ha costruito una storia che non riguarda tanto la guerra quanto ciò che accade quando la guerra è finita.

Al centro c’è Marie, interpretata da una bravissima Mathilde Arcel. È una giovane domestica e bambinaia che lavora nella casa di Christian, un ricco e rispettato proprietario di una fabbrica, vedovo e padre di una bambina. Marie sta per diventare sua moglie. Per lei sembra l’occasione di cambiare vita e di passare dalla condizione di domestica a quella di padrona di casa, entrando finalmente nel mondo rispettabile dell’alta borghesia. Ma dietro questa apparente favola di emancipazione c’è un segreto: durante l’occupazione Marie ha avuto una relazione con un soldato tedesco.

Il problema è che il passato non è affatto passato. Nella Danimarca del 1945 il sospetto è sufficiente per distruggere una reputazione. E mentre le strade sono ancora attraversate dall’euforia della liberazione, la società comincia a cercare i propri colpevoli. Marie vive così in uno stato permanente di paura: ogni persona che incrocia può rappresentare una minaccia. Quando qualcuno dipinge una svastica sulla porta della casa di Christian, il suo mondo comincia a crollare.

È qui che il film diventa particolarmente interessante. Perché la domanda non è semplicemente se Marie abbia collaborato oppure no. La domanda è chi abbia davvero il diritto di giudicare. Christian stesso, pur appartenendo alla rispettabile borghesia danese e beneficiando della propria posizione sociale, non è estraneo ai rapporti con il mondo tedesco durante l’occupazione. Il film suggerisce così una evidente disparità: la collaborazione degli uomini può essere assorbita, giustificata, dimenticata; quella delle donne diventa invece una colpa impressa sul corpo e destinata alla pubblica vergogna.

È proprio il corpo femminile uno dei grandi temi del film. Il corpo usato dagli uomini, desiderato, posseduto, giudicato e punito. Il corpo come luogo nel quale si combattono le guerre anche quando le armi hanno ormai smesso di sparare. Le scene delle donne rasate e umiliate nelle piazze sono tra le più dure del film: una sorta di moderno rogo pubblico, una punizione collettiva che trasforma la vergogna sessuale in spettacolo.

E anche Marie finisce per utilizzare il proprio corpo come una delle poche armi che le rimangono. Quando incontra su un autobus un vecchio conoscente che la desidera da tempo, gli offre il proprio corpo. Ancora una volta il corpo diventa una moneta di scambio, uno strumento attraverso il quale cercare di conservare una posizione e un futuro.

La forza di Woman Unknown, però, sta anche nella forma. È un film costruito con grande precisione, dove quasi nulla sembra lasciato al caso. La tensione non nasce soltanto da ciò che accade, ma soprattutto da ciò che potrebbe accadere. Sappiamo che Marie rischia di essere scoperta, ma non sappiamo quando e soprattutto in che modo. La bravura di Mathilde Arcel sta nel trasformare questa paura in qualcosa di fisico: la si legge nello sguardo, nella postura, nei silenzi e nelle esitazioni.

La regia di May el-Toukhy è altrettanto attenta. A un certo punto Marie subisce un’aggressione e rimane con un occhio tumefatto. La macchina da presa la osserva a lungo da un lato, quasi nascondendo quella ferita. Poi gira e ci mostra l’altra metà del suo volto. È un piccolo movimento, ma racconta molto più di un dialogo: è come se improvvisamente comparisse anche il lato oscuro della protagonista, quello che fino a quel momento aveva cercato di nascondere.

La profondità di campo e il fuori campo diventano altrettanto importanti. Quando una vicina viene accusata di essere una collaborazionista, per esempio, non assistiamo direttamente alla violenza: ne sentiamo le urla e poi lo sparo. La macchina da presa sceglie di non mostrarci ciò che accade, costringendoci invece a immaginarlo. È una scelta che aumenta la tensione e, nello stesso tempo, evita qualsiasi compiacimento.

Anche gli ambienti contribuiscono alla sensazione di prigionia. La casa borghese di Christian, elegante e ordinata, diventa progressivamente una sorta di gabbia con le domestiche a fungere da sentinelle. Il film è stato accostato a Hitchcock e in particolare a Rebecca: non soltanto per l’atmosfera di paranoia, ma anche per la presenza ingombrante della moglie morta, attraverso il suo abito da sposa che Marie viene invitata a indossare per il matrimonio. E proprio quell’abito è uno degli oggetti attraverso cui il film parla di identità. Marie sta cercando di diventare qualcun’altra: la moglie rispettabile, la signora della casa, la donna che ha lasciato alle spalle il proprio passato. Ma il passato torna continuamente a reclamare il suo corpo e la sua identità.

C’è poi una dimensione quasi da dramma nordico nella costruzione dei personaggi e nella recitazione fredda e rigorosa. In questo senso Woman Unknown è diverso per esempio da un altro recente film nordico come Sentimental Value, ma gli è vicino nella capacità di affidare alla precisione dell’impianto narrativo e degli interpreti una grande parte della propria forza. Non ci sono scene a caso, né emozioni facili da ottenere attraverso la musica o il sentimentalismo.

Il risultato è un film che parte da una vicenda storica molto precisa per parlare di qualcosa di più universale: di come, dopo ogni guerra, la società abbia bisogno di costruire nuovi colpevoli; di come la morale possa essere applicata diversamente a seconda della classe sociale e del sesso; e di come la liberazione degli uni possa coincidere con una nuova forma di oppressione per altri.