L’intelligenza artificiale è un’opportunità senza precedenti, un rischio immenso e, talvolta, una grandiosa illusione. Ma se abbiamo il coraggio di spingerci oltre gli algoritmi e i robot, oltre le aziende che li sviluppano e oltre gli scenari distopici che prendono forma, scopriamo qualcosa di molto più profondo di una semplice impresa tecnologica: ci ritroviamo davanti al grande enigma umano. Ed è partendo da queste considerazioni che Valerio Jalongo ha sviluppato il suo ultimo progetto Wider Than The Sky, che arriva nelle nostre sale da domani, giovedì 29 gennaio.

Lo abbiamo intervistato, ecco quello che ci ha raccontato.

Qual è stata la scintilla iniziale che l’ha portata a realizzare questo film?

Ho iniziato a lavorare a questo progetto circa cinque anni fa, quando il dibattito sull’intelligenza artificiale era molto diverso. All’epoca molti esperti del settore ritenevano che ciò che stiamo vivendo ora sarebbe accaduto, nella migliore delle ipotesi, tra cinquant’anni. Il film nasceva quindi da una domanda precisa: se le reti neurali imitano il funzionamento del nostro cervello, ma noi conosciamo ancora pochissimo il cervello umano – probabilmente l’oggetto più complesso dell’universo – che cosa stiamo davvero trasferendo e che cosa stiamo creando?

Questa riflessione si intreccia anche al tema della comunità, molto presente nel film.

Sì, perché sin dall’inizio mi interessava mettere in relazione lo studio del cervello con il modo in cui noi esseri umani funzioniamo come comunità. Il film si pone in opposizione a una tendenza all’accentramento che osserviamo già da tempo, fin dalla nascita di Internet, e che oggi si è ulteriormente accentuata con l’intelligenza artificiale. Nel film racconto comunità che considero esemplari, come quella dello Human Brain Project, impegnata nella mappatura del cervello umano, o quella della compagnia di danza di Sasha Waltz, che rappresenta un filo rosso del racconto.

Che cosa l’ha colpita di quel processo creativo?

Seguire per quasi un anno le prove dello spettacolo di Sasha Waltz mi ha permesso di capire quanto il processo creativo sia profondamente condiviso. È un dialogo continuo tra la coreografa e i danzatori. Questo rispecchia uno dei temi centrali del film: non possiamo comprendere il cervello umano se non accettiamo che esso è inseparabile dal corpo. Per troppo tempo si è studiato il cervello come se fosse un’entità isolata, mentre emozioni e sentimenti sono parte integrante del suo funzionamento.

Nel film è molto presente anche la dimensione poetica. Che ruolo ha la poesia?

Non è una scelta del tutto consapevole, ma già il mio film precedente aveva come titolo un verso di Emily Dickinson. Qui abbiamo rielaborato l’ultima strofa insieme all’intelligenza artificiale: è l’unico intervento diretto dell’AI nell’intero lavoro. Ho voluto sostituire il riferimento a Dio con quello all’intelligenza collettiva, in un’accezione positiva. La poesia, in fondo, interroga ciò che ci rende umani nel momento in cui una macchina riesce a fare molte cose che consideravamo esclusivamente nostre: la fragilità, il corpo, la finitezza, l’esistenza. La macchina non ha una vera storia né una motivazione; il dialogo con essa è inevitabile, ma resta aperta la domanda su come evolverà.

Nel film si parla anche di “intelligenza collettiva”. È una provocazione o una prospettiva reale?

Direi entrambe le cose. È una provocazione perché sappiamo che l’intelligenza artificiale non è davvero “artificiale”: le reti neurali derivano dal funzionamento del nostro cervello e sono allenate grazie a un’enorme quantità di dati umani prelevati dalla rete. La componente umana è assolutamente predominante. Allo stesso tempo, non condivido l’atteggiamento di chi demonizza la tecnica. Il vero problema è che questa tecnologia è concentrata nelle mani di pochissimi attori e che la competizione geopolitica, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, rischia di eliminare regole necessarie. Non lo dico solo io: lo sostengono Geoffrey Hinton, Elon Musk e molti altri, che hanno firmato appelli per introdurre limiti e regolamentazioni.

Che rischi individua in questa concentrazione di potere?

Ci troviamo in una fase senza precedenti nella storia dell’umanità: una quantità enorme di conoscenza, potere e denaro è concentrata in pochissime mani. La differenza rispetto al passato è che la materia prima di questo potere siamo noi: le nostre informazioni, la nostra cultura, la nostra intelligenza. Inoltre, queste grandi aziende funzionano come vere e proprie “black box”: non sappiamo come operano, quali priorità seguono, né come vengono prese le decisioni. Il fatto che Open AI non abbia accettato di dialogare con noi per il film è significativo.

Il montaggio del film è stato particolarmente lungo. Perché?

Siamo stati un anno intero in montaggio. Il materiale era enorme e molto complesso, anche perché l’esplosione di ChatGPT ha reso improvvisamente “fuori fuoco” alcune parti girate in precedenza. Il film ha dovuto riorientarsi maggiormente sull’intelligenza artificiale, sacrificando elementi molto affascinanti, come un capitolo sugli organoidi, micro-cervelli umani creati da cellule staminali, o esperimenti condotti in Israele. Il montaggio è stato un processo di sintesi di un lungo viaggio, lungo circa due volte attorno al mondo, ascoltando voci ed esperti diversi.

Alla fine, qual è l’idea che emerge da questo lungo lavoro?

Direi una riflessione sulla spiritualità, non in senso trascendente o religioso, ma come patrimonio immateriale prodotto dalla storia dell’umanità: cultura, arte, scienza. Tutto questo è stato inglobato per allenare l’intelligenza artificiale. Definirla “artificiale” serve spesso a legittimarne la proprietà privata e la segretezza, mentre in realtà si tratta di un fenomeno profondamente collettivo.

Che rapporto vede oggi tra cinema e intelligenza artificiale?

È una questione che mi sta molto a cuore. Sto lavorando a un manifesto sul cinema al tempo dell’AI, perché si tratta di un’enorme opportunità ma anche di un rischio di omologazione. Ci saranno cambiamenti profondi, anche sul piano delle professionalità. Non è solo una questione tecnica o economica: è una riflessione artistica e politica. Oggi lo sguardo dello spettatore è cambiato, c’è sempre il sospetto che un’immagine non sia vera, e questo per il cinema, che ha sempre cercato la verosimiglianza, è un terremoto, un cambiamento radicale.

Nonostante tutto, vede anche un lato positivo?

Assolutamente sì. Chi ha idee potrà realizzare cose straordinarie con pochi mezzi. In questo senso siamo in una situazione simile a quella della Nouvelle Vague, ma moltiplicata per cento. Ci saranno molte copie e molta omologazione, ma nelle mani giuste questi strumenti possono essere liberatori. Alla fine, credo che la creatività debba sempre vincere.