Una vita di periferia, dove tutto sembra consumato, freddo, senza più un vero motivo per desiderare qualcosa. È questo il mondo in cui si muove Kasia, protagonista di What Belongs to Others (Cudze rzeczy) di Grzegorz Dębowski, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti. Una donna di mezza età che vive ai margini, entrando nelle case degli altri per rubare quello che le serve per sopravvivere e pagare l’affitto.

Kasia non sembra avere molto. Un appartamento anonimo, una vita senza prospettive, qualche relazione fragile. Anche il suo amico finisce in carcere. Poi, durante uno dei suoi furti, trova il cadavere di un uomo. Ed è da quel momento che il film cambia direzione.

Kasia decide infatti di entrare nella vita di quell’uomo, fino ad appropriarsene. Si trasferisce nel suo appartamento e comincia a ricostruirne l’esistenza, i rapporti, i segreti. Arriva persino a presentarsi come la sua compagna. Ma più cerca di capire chi fosse quell’uomo, più finisce per interrogarsi su se stessa e sulla vita che avrebbe potuto avere.

È questo il punto più interessante del film di Dębowski: la storia dell’indagine sul morto diventa lentamente un’indagine sulla protagonista. La casa che occupa, gli oggetti che trova, i ricordi degli altri diventano una sorta di specchio nel quale Kasia comincia a vedere un’esistenza diversa dalla propria. Una vita fatta anche di passioni, di rapporti, di possibilità. Qualcosa che lei sembra avere dimenticato o, forse, non avere mai avuto. E così il passato di quell’uomo diventa anche il passato possibile di Kasia. Nella casa materna, nei ricordi e nelle tracce lasciate dagli altri, emerge finalmente un cuore che nel presente sembra completamente anestetizzato. È come se, entrando abusivamente nella vita di qualcun altro, Kasia riuscisse per la prima volta a entrare nella propria.

Dębowski racconta questa esistenza periferica con una macchina da presa quasi sempre in movimento, a spalla, che segue la protagonista e sembra non concederle mai un vero punto di equilibrio. Anche la fotografia contribuisce a questa sensazione: colori gelidi, ambienti poco accoglienti, volti sui quali le emozioni sembrano essersi spente. Kasia, interpretata da Monika Kwiatkowska, è spesso quasi monoespressiva, chiusa in una corazza che sembra costruita negli anni per riuscire semplicemente ad andare avanti. Ma sotto questa superficie fredda il film lascia progressivamente filtrare qualcosa. Non tanto una redenzione, quanto la possibilità di ricominciare a desiderare. E il paradosso è che per arrivarci Kasia deve prima vivere la vita di un altro.

Il ritmo è uno degli elementi che funzionano meglio. Dębowski costruisce una tensione che non dipende soltanto dal mistero legato alla morte dell’uomo, ma soprattutto dalla domanda su quanto Kasia possa spingersi oltre nell’appropriarsi di quella vita.

What Belongs to Others è quindi un film sulla solitudine, ma anche sul bisogno, quasi disperato, di appartenere a qualcosa. Kasia ruba nelle case degli altri perché non ha abbastanza per vivere. Alla fine, però, scopre che ciò che davvero le manca non sono gli oggetti, ma una vita che senta finalmente sua.

E forse è proprio qui che il titolo acquista il suo significato più profondo: quanto di ciò che appartiene agli altri possiamo prendere senza perdere noi stessi? E quanto, invece, abbiamo bisogno di attraversare la vita degli altri per capire finalmente che cosa ci appartiene?