Nobody’s Violence, il titolo inglese di Violence du corps de l’autre diretto da Denis Côté, è un film con ambizioni autoriali ma fortemente carente da ogni punto di vista. Il linguaggio cinematografico è volutamente trattato in modo sconclusionato, dato che è caratterizzato da raccordi sbagliati e inquadrature che rompono volutamente la trasparenza della messa in scena come, giusto per fare qualche esempio fra i tanti, sguardi in macchina, lunghi piani sequenza dedicati a dettagli insignificanti o marginali della trama, oggettive irreali plongèe e via discorrendo. Questi espedienti registici sono inoltre totalmente ingiustificati rispetto al contenuto del film, finendo con l’essere fini a se stessi: la forma viene trattata in modo volutamente incoerente e sconnesso, senza che questa trovi un motivo e una spiegazione nelle vicende raccontate. Lo stesso si verifica per quanto riguarda la trama: le inquadrature privilegiano spesso dettagli privi di relazioni con quest’ultima invece che il racconto dei nessi logici fra gli eventi narrati, che quindi vengono volutamente trattati in modo blando o insufficiente. La storia è inoltre priva di un centro concettuale effettivo: la progressione della vicenda che riguarda Mira, la protagonista, non viene approfondita e il film si riduce a una serie di scene separate le une dalle altre che la mostrano mentre viaggia e incontra persone

Lo stesso si verifica anche a livello della materia di cui è composto il film, come le immagini, sgranate e senza cura relativa alle luci, realizzate probabilmente usando un cellulare o un apparecchio elettronico (gli zoom improvvisi ricordano questi apparecchi), o l’inserimento (di nuovo senza motivo) di inserti tratti da altri film.

Denis Côté riesce tuttavia a raggiungere, nonostante non sia il suo obiettivo, il grado zero della forma filmica, confezionando un potpurri di stilemi formali trattati in modo casuale, incoerente e senza la minima giustificazione che non sia una hybris autoriale completamente fuori luogo.