Sono trascorsi quasi quarant’anni da Lightning over water (Lampi sull’acqua), primo documentario di Wim Wenders su una delle più grandi personalità del cinema americano, Nicholas Ray. Un film ben lontano dall’essere un semplice biopic sul celebre regista, che invece costruisce uno straordinario excursus attraverso la sua vita, le sue scelte, il mondo e le persone che lo circondano, misurata e giudicata dal suo stesso sguardo divenuto macchina da presa consapevole della morte ormai prossima. Con il medesimo spirito ecco che, trentotto anni dopo, il baluardo della Junger Deutscher Film realizza un documentario su una delle personalità più importanti e controverse della nostra storia moderna: Jorge Maria Bergoglio, Papa Francesco. Un film che mette in chiaro immediatamente che al suo centro vi è la parola. La parola di Dio, la parola di Bergoglio, la parola data: A man of his word, recita deciso il titolo in inglese. Non una semplice cronaca della sua figura o della sua vita quindi bensì, nello spirito della parola, un dialogo. Domande e risposte, dal fedele al capo religioso, dal cittadino al politico, dall’incerto al capo spirituale. Wenders mette in comunicazione Papa Francesco con persone da ogni parte del mondo, di ogni estrazione sociale, di ogni condizione in un faccia-a-faccia sull’opera di riforma messa in atto dal pontefice negli ultimi cinque anni.

Il film, che ha debuttato a Cannes fuori concorso, conferma il desiderio del regista di sfogliare l’umanità nella sua complessità, mettendo al centro del suo nuovo lavoro un uomo che è a parole sue è l’esempio vivente di qualcuno che si batte per ciò che dice. Wenders ha avuto la possibilità di spendere molto tempo in compagnia del pontefice e dei suoi più stretti collaboratori, con accesso ad archivi e documenti vaticani. Al centro del documentario, infatti, le molte ore di interviste al pontefice condotte nel corso di vari mesi sugli argomenti più scottanti: dalle minacce ambientali e cambiamenti climatici, all’immigrazione, passando dai diritti degli omosessuali fino alla situazione politica americana e mondiale, mettendone in risalto l’approccio progressista che lo ha reso famoso. Spezzoni di interviste alternate ai viaggi in giro per il mondo in visita a campi di migranti in Italia e Grecia, nei quartieri più poveri della sua Buenos Aires e nelle prigioni americane, molti dei quali ricavati da filmati da archivio. A corollario, al fine di dare alla pellicola un tono più cinematografico, Wenders inserisce anche delle parti di fiction, dove il Papa viene messo a confronto con il suo omonimo più celebre, Francesco d’Assisi, attraverso delle ricostruzioni realizzate in collaborazione con Lisa Rinzler e girate in stile anni ’20 con l’ausilio di una macchina da presa originale dell’epoca; uno stratagemma forse un po’ scontato, ma funzionale nel donare un quid visivo alla pellicola, dividendo e al contempo sovrapponendo due figure distanti nel tempo ma vicine nello spirito. Ne risulta nel complesso un film umano, dove Francesco si rivolge allo spettatore con toni semplici, con tranquillità e senso dell’umorismo, quasi più da parroco di paese che da vescovo di Roma. Un’apertura alla macchina da presa così naturale e spontanea che invoglia a domandarsi se alcune domande e alcuni temi non valesse la pena approfondirli maggiormente, snidando argomenti e ombre che è forse ormai tempo, in questo anno domini 2018, che vengano alla luce.

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