Il concetto chiave di Un affare di famiglia è quello dell’appartenenza. Il film, vincitore della Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes è, ancora una volta, un’indagine attorno al concetto di famiglia. Ancora una volta, diciamo, perché il regista giapponese Kore-eda, è specializzato in questo ambito come si è visto per esempio in Father and Son e Little Sister.

La storia racconta le vicende di una famiglia povera che ha una grande ricchezza: si prende cura degli altri. Un giorno il padre, Osamu, e suo figlio, incrociano una bambina abbandonata a sé stessa per strada, decidendo quindi di portarla a casa loro. Qui, nonostante la mancanza di legami di sangue e malgrado piccoli furtarelli quotidiani che i ragazzi fanno per sopravvivere, la piccola ritrova la felicità.

Appartenenza, dicevamo. Questo è il concetto principale del film e il chiaro legame tra due ambiti che percorrono la pellicola e cioè l’appartenenza familiare e quella degli oggetti rubati.

A un certo punto, infatti, il ragazzino spiega che gli oggetti che si intasca di nascosto non appartengono a nessuno finché stanno in negozio e quindi si ha il diritto di prenderli. Così come appartiene alla nuova famiglia la bambina prelevata dalla madre biologica. Appartiene cioè alla famiglia che la accudisce, la protegge e le dà da mangiare. Proprio quest’ultimo aspetto, il cibo, è un’altra costante che torna regolarmente in Un affare di famiglia. Quasi a voler sottolineare il rapporto primordiale e forte tra i vari membri di questa strana comunità che vive nella stessa piccola casa. Strana perché, alla fine, si scopre che tra di loro i legami di sangue sono inesistenti. Ma forse a contare di più sono i legami affettivi, quelli costruiti giorno dopo giorno, in una stretta e comunque felice, convivenza.

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