Fra le molte persone che frequentano il Locarno Film Festival ce n’è una che non compare mai nelle fotografie ufficiali. È Quinto Orazio Flacco, poeta latino, nato a Venosa, in Lucania, terra di boschi. Folgora puntualmente un mio risveglio vacanziero con la sua celeberrima ode n. 11. Io mi immagino i locarnesi di giugno o luglio (che non sono mai i locarnesi di agosto, perché ai primi di agosto, col solleone la città è piena di gente felice del Festival, mentre invece i tre quarti dei locarnesi del resto dell’anno scappa altrove o si rinchiude in cantina, manco ci fosse la peste, ma in fondo è ben meglio così, dico io), dicevo, tutti a stringergli la mano – ad Orazio – e dirgli «Carpe diem»; e lui che continua a pensare che in verità avrebbe scritto anche il resto di quell’ode. Che poi – dico – sarebbe un po’ come ricordarsi di Kaurismäki soltanto per i bicchieri di vodka. Ad ogni modo, anche quest’anno Orazio mi è venuto a far visita e si è presentato come sempre, cioè senza invito. È un’abitudine dei poeti latini quella di arrivare senza invito. E poi restano. Ecco, mi piace immaginare che Orazio gradisca essere citato per intero ogni tanto. Così, per cambiare; e siccome il «Carpe diem» se lo ricordano tutti, provo a fare qualcosa di più difficile e riportare tutti i versi dell’undicesima ode, anche perché suppongo che il poeta latino (e lucano, come me) li avesse scritti apposta per quest’occasione (mi piace esagerare, ebbè?):
Non domandare tu mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita,
non tentare gli oroscopi d’oriente:
male è sapere, Leucònoe.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e bevi vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
Così cogli
la giornata, non credere al domani.
L’originale latino lo risparmio volentieri, anche perché il punto è che pressappoco allo stesso modo dovrebbero comportarsi i frequentatori del Locarno Film Festival. Immaginando di parlare con uno a caso di loro, parafrasando Orazio, gli direi di non domandare troppo; non tentare gli oroscopi d’oriente o leggere le viscere dei caproni; non pretendere di sapere quali film ci costringeranno al silenzio e quali ci faranno guardare l’orologio. Non costringerti a sapere già quali pellicole ci accompagneranno per anni e quali, invece, svaniranno prima ancora dei titoli di coda. Male è sapere, dice il Flacco, e c’ha ragione da vendere. Fra poco più di un mese la giostra delle sale ricomincerà e tanto basta, credimi. Eppure inevitabilmente le televisioni, i giornali (in ispecie i locali), le radio e il web ricominceranno a fare le previsioni, i pronostici, le immancabili sentenze preventive. C’è una cosa che non ho mai compreso del tutto e che a dirla tutta mi dà noia, mi provoca paturnie sommesse, mi smuove sgradevolmente la cistifellea. Insomma, non ho mai invidiato quelli che vogliono sapere tutto in anticipo. Mi è sempre sembrato banale prepararsi a un avvenimento che, in fondo, dovrebbe servire a sorprenderci.
Cosa fare allora nel frattempo? Niente, facile! O tutto, ancora più facile. Magari leggere una poesia. O ascoltare un podcast di ornitologia. Vivere al grado zero o in doppia cifra. O Tripla. Che poi non vuol dire vivere di più: vuol dire vivere più cose contemporaneamente e quindi nessuna completamente. Vivere smemorati come libellule in balia dell’estate. Aspettare il Festival e intanto ricordarsi di Raffaello Baldini o di Tonino Guerra, entrambi originari di Santarcangelo di Romagna, entrambi poeti, entrambi amanti del cinema, il secondo amico stretto e sceneggiatore di un certo Federico, di Rimini, 12,3 km da Santarcangelo. Vedere una ghiandaia sulla mimosa del giardino e pensare a un film muto di Mikio Naruse. Oppure leggere due pagine di Dostoevskij e chiedersi se in Piazza Grande pioverà. Avere in testa un haiku di Matsuo Bashō (1644–1694) o di Kobayashi Issa (1763–1828), e allo stesso tempo ricordarsi che ad agosto assisterai a una proiezione delle undici e avrai un appuntamento per un caffè, un toast farcito o una birra o tutte e tre le cose. E magari ripensare a certi autori passati da Locarno, quelli un po’ fuori squadra, che sembrano procedere per conto loro, con quella sincera maniera di fare arte, come se stessero parlando sottovoce a un amico. Penso a Kaurismäki. O a Ken Loach. O agli autori del lontano passato che aleggiano in spirito le retrospettive al Rex. A quel cinema che usciva nelle sale durante l’imprescindibile trentennio che va dal 1930 al 1959. Autori che, a un primo approccio, possono perfino sembrare arbitrari, oggi! Si esce dalla sala un po’ frastornati, nella canicola, e sembra che quelle figure in bianco e nero divaghino fuori dal presente. E che noi si perda tempo a stargli dietro perché aprono parentesi di cui poi ci si dimentica. Cazzate! Non è vero per un fico secco. Basta riprendersi un attimo dallo shock termico tra l’aria condizionata e Via Agostino Bossi 2 (l’indirizzo del Rex, per chi non sta a Locarno) che ci si accorge facilmente che quelle parentesi «sono» il discorso. Il vero discorso sul festival. I film d’autore del Festival sfuggono alle etichette tradizionali. Non sono opere che pullulano sulle piattaforme. Qualcuna ce n’è, per fortuna, ma non costituiscono la squadra principale, quella che gioca titolare in tutte le case di tutti gli utenti (che nome orribile per riferirsi alle persone che attraversano il cinema). Sono piuttosto flussi ininterrotti di frammenti, deviazioni, silenzi, ritorni e ostinazioni. Film capaci di sorprendere e divertire proprio attraverso le loro digressioni. E forse è questo che li rende così difficili da dimenticare. A legare il tutto c’è una trama – sottile o profonda in fondo conta poco – che si lascia afferrare di sguiscio. Con la loro voce inconfondibile instaurano il necessario dialogo complice con lo spettatore. Ci si ritrova a sorridere per una trovata ironica oppure a commuoversi davanti a una scena apparentemente insignificante. In mezzo a tutto questo compaiono magari una madre, una città, una vecchia canzone, una finestra illuminata, una battuta buffa, un dolore raccontato a sbalzo o appena accennato. E la cosa curiosa è che niente sembra fuori posto. Come se qualcuno, da qualche parte, continuasse a credere nel cinema con la stessa cocciutaggine con cui certi uccelli migratori tornano sempre allo stesso ramo, dentro lo stesso buio tra una pietra e l’altra del campanile di San Quirico, qui dietro casa mia. Mi è sempre sembrato che i film del Festival avessero bisogno della lingua essenziale di chi li guarda più che di una lingua propria. E poi succede che, a un certo punto, è come se tutti i film visti durante il Festival mi dicano di farla finita di parlare. Questo è il carattere dei film del Festival che più mi si attaglia. Non so se mi spiego; ma non fa niente lo stesso.
Ci sarà qualcuno che dirà che una volta era meglio. È possibile. E tuttavia il Locarno Film Festival mi pare assomigliare più a una lunga chiacchierata che a un’enciclopedia. Una chiacchierata dove le ridondanze, le digressioni e perfino gli anacoluti fanno parte del piacere. Mentre si parla, il tempo è già in fuga, come se ci odiasse. Fra poco più di un mese le luci si spegneranno ancora una volta. Conviene arrivarci con qualche verso in tasca, un po’ di curiosità e la disponibilità a perdersi. Il resto verrà. Non credere troppo al domani. C’è un leopardo che, tra poco, tornerà a passeggiare dalle nostre parti. E questo, per il momento, mi sembra già parecchio.



