Presentato in selezione ufficiale al Toronto International Film Festival, To the Victory! segna il ritorno del regista ucraino Valentyn Vasyanovych dopo il successo di Atlantis (2019) e Reflection (2021). Il film, ambientato in un futuro prossimo in un’Ucraina appena uscita dalla guerra, completa una sorta di trilogia distopica sul conflitto e le sue conseguenze, mescolando autobiografismo, ironia e un realismo visivo austero.
La trama segue un regista cinematografico (interpretato dallo stesso Vasyanovych) rimasto in Ucraina mentre la moglie e la figlia hanno costruito una nuova vita a Vienna. Disoccupato, disilluso ma ancora aggrappato a un barlume di speranza, vaga attraverso una quotidianità grigia e frammentata, cercando di riconnettersi con la sua famiglia e con se stesso.
Dal punto di vista tecnico-narrativo, il film si distingue per una regia volutamente essenziale e riflessiva. Le inquadrature, spesso fisse e claustrofobiche, giocano un ruolo centrale nel comunicare un senso di isolamento e sospensione. L’uso ricorrente di vetri, finestre e schermi (dal telefono alla televisione) crea una barriera visiva tra il protagonista e il mondo, simboleggiando la sua condizione di prigionia emotiva e fisica. Le scene si svolgono frequentemente in spazi angusti – l’interno di un’auto, appartamenti, – accentuando il senso di costrizione. Al contrario, le riprese sui tetti offrono momenti di apertura e respiro, seppur carichi di malinconia.
La colonna sonora è minimalista, lasciando ampio spazio ai rumori della città e ai dialoghi, spesso informali e legati alla routine della troupe o alle conversazioni familiari. Questa scelta rafforza l’impressione di assistere a un documento reale più che a un’opera di finzione, un effetto amplificato dal fatto che il cast è composto per lo più da amici del regista e non da attori professionisti.
Sebbene il tema della guerra sia sempre presente, To the Victory! evita toni epici o patetici, preferendo concentrarsi sulle sue conseguenze intime e sociali: la spopolazione, la frantumazione dei legami familiari, la difficoltà di ricostruire una normalità. L’ironia, sottile e amara, emerge nel contrasto tra le ambizioni artistiche del protagonista e la cruda realtà che lo circonda, specialmente nelle scene in cui prova a girare un nuovo film.
Tuttavia, il ritmo deliberatamente lento e la struttura frammentaria potrebbero risultare poco coinvolgenti per parte del pubblico. La scelta di Vasyanovych di recitare in prima persona, se da un lato garantisce autenticità, dall’altro limita a tratti la profondità emotiva del personaggio, rendendo la performance a volte distante.
In conclusione, To the Victory! è un’opera personale, che riflette con onestà e senza sconti il disagio di un’intera generazione. Non è un film di facile consumo, ma un ritratto di un paese e di un uomo alle prese con le ferite di un conflitto e l’incertezza del futuro.



