Sotto le luci al neon di Tokyo, tra acquari, karaoke e code di silicone, Titanic Ocean prova a raccontare l’adolescenza come una mutazione continua, un corpo che cambia forma fino quasi a sparire. Il debutto nel lungometraggio di Konstantina Kotzamani, presentato nella sezione Un Certain Regard, costruisce un universo di sirene pop, ragazze sospese tra fantasia e alienazione, desiderio e autodistruzione. Un mondo visivamente seducente, pieno di glitter, riflessi blu e malinconie artificiali, che però finisce lentamente per affondare dentro la propria ambizione.
L’idea di partenza è affascinante e la stessa regista racconta di essere rimasta ossessionata anni fa dall’immagine di giovani ragazze giapponesi che si allenavano sott’acqua con code di silicone, vedendo in loro “una seconda identità”, uno spazio di trasformazione e fuga dalla realtà. Da qui nasce un film che vuole fondere il mito greco delle sirene con l’estetica contemporanea del Giappone urbano, trasformando le protagoniste in figure sospese tra adolescenza, desiderio e perdita di identità.
Il problema è che questa enorme ambizione simbolica finisce per schiacciare il film stesso. Kotzamani carica Titanic Ocean di metafore, riferimenti e immagini concettuali: le sirene diventano simboli della femminilità contemporanea, della trasformazione, della paura del desiderio e della ricerca di sé. La regista insiste continuamente sull’idea di personaggi sospesi “tra due mondi”, tra infanzia ed età adulta, tra terra e acqua, tra sogno e realtà. Ma tutte queste intenzioni restano spesso teoriche e raramente riescono a trasformarsi in vero cinema emotivo.
Il film funziona molto meglio come insieme di immagini isolate che come racconto. Le ragazze dai capelli colorati, gli acquari, i neon blu e rosa, i glitter e i riflessi artificiali creano un’estetica sicuramente forte. Alcuni momenti riescono davvero a evocare una dimensione ipnotica e malinconica, quasi da sogno pop sommerso.
Ma il film rimane intrappolato dentro questa estetica. Il ritmo è esasperatamente lento e i 131 minuti di durata pesano enormemente. Le scene si ripetono fino allo sfinimento: allenamenti, immersioni, karaoke, silenzi, sguardi persi. Più che costruire una progressione narrativa, Titanic Ocean sembra girare continuamente attorno agli stessi concetti, come se bastasse accumulare atmosfera per creare profondità.
Anche il lavoro sulla voce, uno degli aspetti più interessanti del film, resta incompiuto. Il canto delle sirene attraversa tutta la storia come simbolo di desiderio e trasformazione. La protagonista Akame sembra incapace di cantare durante le scene al karaoke, quasi avesse perso la propria voce. E quella voce diventa allo stesso tempo liberazione e distruzione, fino al canto che porta alla morte dell’allenatore.
Quando finalmente arriva I Follow Rivers di Lykke Li, evocata per buona parte del film, si intravede per qualche minuto ciò che Titanic Ocean avrebbe potuto essere. La canzone esplode come un momento di tragedia e liberazione insieme, probabilmente il passaggio più sincero e intenso dell’intero racconto.
La sensazione finale è quella di un’opera che vuole continuamente essere misteriosa, poetica e sensoriale, senza però riuscire davvero a dare corpo alle proprie intuizioni. Peccato, perché dentro Titanic Ocean si intravede il fantasma di un buon film. Invece il risultato finale è un’opera che si perde nella propria ambizione, trasformando quello che poteva essere un sogno luminoso e malinconico in un’esperienza estenuante e spesso frustrante per lo spettatore.




