Come diceva Ennio Flaiano, «ogni epoca ha le sue passioni, a noi è toccato il cinema». Non si può parlarne, tuttavia, senza abbinarlo alla musica. Basti pensare che le prime opere della settima arte (tra il 1895 e il 1927 si compie l’epopea del muto) spesso venivano accompagnate da musica dal vivo, eseguita da pianisti o piccole orchestre. Una pratica che mirava a creare atmosfera e sottolineare le emozioni trasmesse dalle immagini. In biologia parleremmo di simbiosi, ovvero quel sistema complesso in cui due o più organismi di specie diverse vivono in stretta associazione, traendo beneficio reciproco dalla loro convivenza.
Alla rappresentazione più spettacolare di questo rapporto assistiamo ogni anno («Ormai è diventata una tradizione», diceva la direttrice dell’OSI Barbara Widmer, sul palco insieme a Giona Nazzaro prima dell’evento) durante il primo giorno del Festival, quando, come opera inaugurale, si proietta un muto accompagnato dall’Orchestra della Svizzera Italiana al Palaexpo di Locarno. Quest’anno è toccato a un classico del western: The winning of Barbara Worth, di Henry King, del 1926, a sua volta trasposizione cinematografica del popolare romanzo omonimo di Harold Bell Wright (1911).
Mercoledì si è aggiunta una novità significativa: la coinvolgente partitura orchestrale è stata composta nel 2024 da Neil Brand (presente in sala e sul palco durante la presentazione) su commissione de «Le Giornate del Cinema Muto» di Pordenone, dove il pezzo orchestrale aveva già debuttato in anteprima. «Da inglese – ha detto Brand – ho sempre avuto il sogno di musicare un western, dato che questi film offrono la possibilità di scrivere melodie grandi, poderose e travolgenti (great, big, fat melodies, ndr)».
Il film si distingue non tanto per un’insolita vena progressista e femminista, come è stato sottolineato in più occasioni (in fondo Barbara Worth resta cristallizzata nella sua figura femminile che sta in casa ad aspettare il suo eroe e fa torte di mele), quanto per la modernità della sua regia, ricca di trovate scenografiche e di montaggio molto innovative. Non ultima la carica a tratti surreale e assurda di alcune gag presenti tra una scena e l’altra che probabilmente pagano il loro tributo ai già celebri fratelli Marx. Parlo in particolar modo della figura di Tex, interpretata da Clyde Wilfred Cook (già celebre all’epoca per le sue collaborazioni con Stan Laurel e Oliver Hardy – Wandering Papas è dello stesso anno).
Alla figura della protagonista (Vilma Bánky) si affiancano nel cast la star Ronald Colman e un giovane Gary Cooper, qui al suo primo ruolo importante e al suo primo accredito ufficiale in una pellicola.
Nel dicembre del 1926, la rivista Photoplay definì il film «un dramma naturale di una forza tale da mettere in ombra qualsiasi essere umano». Il racconto bene attecchisce sul topos della realizzazione di un sogno, ovvero l’ambizioso tentativo di controllare le impetuose acque del fiume Colorado per rendere coltivabile la desertica Imperial Valley – un’impresa all’epoca ritenuta irrealizzabile.
Anche la realizzazione del film ha investito un bel po’ di speranze per portarlo a termine. Sam Goldwyn – il produttore – giustificò l’ingente somma di 125.000 dollari spesa per i diritti del libro con una logica commerciale: se l’opera aveva venduto un milione di copie, allora il film tratto da essa poteva contare su un potenziale pubblico di dieci milioni di spettatori. Ora, se pensiamo alla frase di Flaiano con cui abbiamo iniziato il discorso, non solo direi che la sua riflessione non fa una grinza, ma anche che si è rivelata ampiamente veritiera (ieri il pubblico alla fine del concerto si è alzato in piedi in un applauso infinito, un boato prolungato e caloroso che raccontava molto di più di un semplice successo).
Il sogno di una valle ricca e prosperosa gira intorno alla vicenda dell’orfana Barbara Worth, che da bambina tenta di attraversare il deserto californiano insieme alla madre – la quale muore nelle prime scene – prima di essere salvata da Jefferson Worth, un uomo determinato a trasformare quella terra arida in un giardino rigoglioso, un vero e proprio «secondo Eden». È qui che entra in scena Willard Holmes (interpretato da Ronald Colman), un ingegnere proveniente da New York, che giunge nel West per collaborare con il patrigno James Greenfield all’ambizioso progetto di irrigazione di Mr. Worth. L’incontro con Barbara, manco a dirlo, è fatale. A contendere il suo affetto, però, c’è il cowboy Abe Lee, interpretato dal giovane Cooper. Tra intrighi, tensioni e svolte narrative, la storia culmina in una spettacolare scena di inondazione, causata dall’avidità di Greenfield. Alla fine, conquistata dal coraggio e dalla determinazione di Willard, Barbara lo sposa, suggellando la vittoria dell’uomo sulle avversità della natura e il sogno di rendere fertile quell’avaro deserto.
Durante il film, gli orchestrali sono riusciti a dare una forte connotazione epica allo spettacolare paesaggio dell’Imperial Valley, specialmente quando il Colorado rompe la diga e dilaga travolgendo il piccolo villaggio di Rubio City. La musica ha amplificato le emozioni della pellicola, travolgendo il pubblico in un vero e proprio scatenarsi degli elementi topici del western, primo fra tutti il mito della terra promessa (sostenuto da melodie ampie e solenni). Come nella più classica narrazione epica il nostro sguardo spaziava tra sfide e orizzonti infiniti in sella a un cavallo orchestrale che evocava vastità e destino. Come direbbe Omero nell’Iliade: «Come generazioni di foglie, così sono gli uomini». E così eravamo noi spettatori seduti in sala!
Il Festival, insomma, è iniziato con un pieno di emozioni. In quel fiume che straborda e tutto porta con sé si leggeva la mappa geografica di ciò che lo stesso cinema ci ha mostrato nei suoi 130 anni di storia. Meraviglia, empatia, suspense, nostalgia (immagini e suoni spesso creavano nodi inestricabili), evasione (eravamo veramente al Palaexpo Fevi mercoledì?), commozione, catarsi, ispirazione, meraviglia (l’incanto del racconto visivo) e ovviamente rivelazione, che poi è la linfa, il sangue di ogni arte. Quando il cinema ci svela questo su noi stessi, direi che ha compiuto il suo lavoro.
Vorrei chiudere riprendendo il filo del discorso a proposito della simbiosi tra cinema e musica, che è lo scopo di questo tradizionale evento del Festival. Mi tornano in mente, a questo proposito, dei versi di Alda Merini, che citerò a chiosa di questa breve cronaca locarnese: «Lo cercherò oltre la morte, / oltre i paradisi perduti. / Io so dove abita: è entrato / in simbiosi con la mia mente. / Due menti diverse diventano / una mente folle.» Mi piace pensare che sia la musica la voce di questi versi, e il cinema la sua stella.
P. S. Ho chiesto a uno dei contrabbassi quanto ci avessero lavorato per arrivare a quella perfezione. Incredibilmente mi ha detto «tre giorni». C’è da credere che la simbiosi prevede anche di questi miracoli!




