Meravigliosa metafora quella del greco Vasilis Kekatos, che racconta l’inesorabile morte di un Paese, la Grecia, e la rassegnazione di un popolo di fronte al destino scritto da altri per loro. Sagace la trama che non lascia spazio a fraintendimenti, ma che sa al tempo stesso risultare originale e tragicomica.

Makis, interpretato da Andreas Konstantinou, lavora in un’azienda di allevamento ittico. Un mattino, mentre si sta recando al lavoro con il traghetto, viene informato di essere morto.

Makis tenta di spiegare ciò che è, o meglio dovrebbe, essere evidente ovvero che è vivo, ma nessuno sembra curarsene. Neppure la fidanzata intende credere alla sua versione dei fatti e adirittura lo accusa di essere morto senza occuparsi adeguatamente del “dopo”.

Non gli resta, quindi, che accettare la situazione e trovare qualcuno che si occupi dei suoi canarini prima della sepoltura. Una commedia noire. Il gusto di un macabro soft.

Makis arriva tardi al suo funerale, accompagnato dai suoi amici volatili, nessuno si è infatti preso la briga di adottarli. Troppo impegno prendersi cura delle cose vive. Troppo impegno occuparsi di una situazione (qui il chiaro riferimento all’economia del Paese) che forse potrebbe essere salvata.

Morire muti. Morire senza neppure sapere di essere vivi, o senza accorgersi di essere morti. La fine di una nazione che pure abita l’Europa dei forti.

La recitazione del protagonista non è scontata e si fa amare. Il finale non manca di un guizzo. Che scuote. Ma, soprattutto, fa pensare.

IL PREGIO: amabilmente tragicomico e sincero

IL DIFETTO: non ne ho trovati

 

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