Con The Invite Oliva Wilde firma il suo terzo lungometraggio da regista e conferma un inconfondibile stile cinematografico capace di reinterpretare i codici che definiscono i generi consolidati. Wilde ha infatti saputo, di volta in volta, proporre una rilettura brillante e stilisticamente pregevole del genere dell’high school movie con Booksmart (2019), sperimentare con l’horror in Don’t Worry Darling (2022) e, infine, con The Invite si cimenta in un remake della commedia spagnola Sentimental diretta da Cesc Gay, basata sulla pièce teatrale Los vecinos de arriba firmata dallo stesso Gay.

Sulla scia della commedia spagnola, The Invite mescola il quotidiano e l’assurdo, dialoghi serrati e capovolgimenti di fronte, senza mai perdere in intensità narrativa anche quando, dopo i primi minuti che mostrano che la vicenda si svolge a San Francisco, confina il resto del film all’interno di un appartamento che diventa teatro di uno strepitoso e surreale incontro fra la coppia che ci abita, formata da Joe (Seth Rogen) e Angela (Wilde), e la coppia dei vicini Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Northon), che da Angela accettano con piacere un invito a cena. Quella che dovrebbe essere una normalissima cena si trasforma però in un esilarante concatenarsi di situazioni, che sfociano in una serie infinita di gag tragicomiche dove l’ansia e il piacere si rincorrono costantemente creando una spirale di comicità fuori controllo.

The Invite è un film dove sono le parole che muovono la trama e che decidono, letteralmente, fino a dove i protagonisti possono spingersi nelle proprie azioni. Scegliendo di percorrere la strada del remake, Wilde indubbiamente deve confrontarsi con dei vincoli che marcano la continuità con il modello, ma dispone pienamente della libertà di sviluppare uno stile registico. Come aveva già fatto con i precedenti film, si dimostra abilissima nel costruire un linguaggio cinematografico estremamente originale e innovativo. Quello della Wilde è uno stile che, a volte, gioca sull’eccesso, molto esibito nel su primo film Booksmart dove, sguinzagliando brani musicali rap e pop – un po’ come succede nei film di Luca Guadagnino, per intenderci – la Wilde creava l’impressione di essere più vicina alla forma del videoclip che non a quello della narrazione cinematografica convenzionale. Anche in The Invite la musica gioca un ruolo importante, ma non è quella rap o pop del suo primo film, bensì quella classica e jazz.

Se lo stile della Wilde sa essere, all’occorrenza, veloce, esuberante, e marcato, altre volte è asciutto e misurato, come è importante che sia in un film che porta nel cinema la semplicità e l’essenzialità del teatro e dove, soprattutto, a essere protagonisti non sono gli effetti speciali hollywoodiani ma gli affetti, mostrati e nascosti, di persone irrimediabilmente invischiate nella quotidianità più ordinaria. Ma è proprio quando si apre uno squarcio nella quotidianità triste e monotona di esistenze che sembrano avere smarrito il loro slancio che, allora, le cose si fanno interessanti e eccitanti, e anche un po’ proibite.

Qualche parola va spesa sicuramente anche per la bravura degli attori, decisiva nel fare di The Invite un film non solo godibile, ma addirittura trascinante. E la Wilde attrice si meriterebbe un premio per il modo cui riesce, attraverso una mimica facciale fenomenale, a dare corpo a un personaggio femminile che dire che è un groviglio nevrotico forse sarebbe troppo poco ma che, nella sua tragicità quotidiana, ci risulta terribilmente e irrimediabilmente umano. Quasi troppo umano, come solo i grandi attori sanno fare, quando ci regalano dei personaggi più veri del reale.