Nel suo secondo lungometraggio, The Fin (presentato a Locarno nella sezione Cineasti del Presente), il regista coreano Syeyoung Park ci conduce in una Corea del futuro devastata dalla guerra e dall’implosione ecologica. Una distopia in cui la divisione sociale è incarnata dagli Omega, esseri mutanti emarginati e sfruttati come manodopera. Tra loro c’è Mia, costretta a nascondersi in un lugubre negozio di pesca artificiale, dove l’oceano esiste solo come simulacro. A osservarla è Sujin, una giovane funzionaria governativa la cui fede ideologica inizierà lentamente a incrinarsi.
Sin dalle prime inquadrature, Park stabilisce un’atmosfera che è tanto politica quanto sensoriale. Il film usa colori saturi e caldi, in particolare toni rossi e aranciati, che contrastano violentemente con gli ambienti grigi, industriali, privi di gioia. Il mondo di The Fin è un luogo dove l’umanità sopravvive più che vivere, dove tutto appare fossilizzato in un presente distorto, che ha perso il senso del tempo.
La regia accentua il senso di claustrofobia e alienazione attraverso suoni industriali stridenti, paesaggi urbani abbandonati e spazi interni che sembrano più tane che case. Il rumore costante, che non è mai puro silenzio, crea un effetto inquietante, come se l’ambiente stesso si opponesse a ogni tentativo di rifugio.
I dialoghi sono minimi, eppure la comunicazione non manca. È tutto affidato alla fisicità degli attori, alla sospensione dei gesti, agli sguardi, ai silenzi carichi di senso. In particolare, il rapporto tra Sujin e Mia si sviluppa su un registro quasi magnetico, al limite dell’ossessione: due figure apparentemente opposte che progressivamente si specchiano l’una nell’altra, fino a diventare indistinguibili.
La struttura narrativa è lineare ma onirica, come se seguisse un filo logico dentro un sogno rotto. È il regista stesso a dichiarare di voler coniugare una forma di cinéma vérité con elementi imprevedibili, grezzi, vivi. Non cerca l’immagine perfetta, ma quella incerta, tremolante, reattiva, che rispecchi la fragilità emotiva dei suoi personaggi. In questo senso, The Fin è un film che rifiuta la pulizia estetica: preferisce texture visive dense, luci forti e contrasti, imperfezioni che diventano parte integrante della narrazione.
Il cuore pulsante del film è proprio questa tensione tra controllo e libertà, ideologia e corpo, memoria e oblio. Se Sujin rappresenta l’adesione a un sistema che ha smesso di fare domande, Mia incarna il rifiuto silenzioso, la resistenza nella solitudine, la libertà di un pensiero non ancora addomesticato.
Park afferma che il film è nato anche da un lutto personale e dalla necessità di elaborare una perdita in un’epoca senza rituali. Questa dimensione si riflette potentemente nelle immagini: The Fin è un film sul vuoto che resta, più che sull’evento che l’ha causato. La balena assente del cortometraggio originale, di cui resta solo una pinna, diventa metafora ricorrente: di ciò che manca, di ciò che non si può raccontare, ma che comunque muove i personaggi e li trasforma.
The Fin è un’opera ipnotica e profondamente malinconica, che riflette sulla fine di un mondo e sul tentativo disperato di aggrapparsi ai suoi resti. Un film che non cerca consolazioni – e in alcuni momenti può essere anche disturbante e forse noioso se non si riesce a entrare nel flusso di immagini – ma che invita a guardare negli interstizi del presente, dove forse si nasconde ancora qualcosa di umano.




