Quando si segue Locarno festival con la libertà di poter scegliere quando, come, e su cosa scrivere, è un po’ come saltare la corda in gruppo. Se non si è ancora entrati nel gioco, bisogna stare attenti, avvicinarsi concentrati e poi scegliere il momento giusto per cominciare a saltare. Sei tu che scegli il momento giusto, e puoi sempre decidere di startene ancora fuori a guardare per un momento: ma quando lo scegli, il momento, poi devi sincronizzarti con il ritmo della corda che gira. La stessa cosa succede quando si scrive, bisogna scegliere il momento adatto e trovare l’occasione…

E così ieri, giovedì 2 agosto, ho scelto il momento per iniziare a scrivere qualche appunto sul festival. Dopo avere visto Tarde para Morir joven, film in concorso di cui si è già occupato Nicola Mazzi, mi avventuro a La sala per vedere American Splendor, film del 2003 diretto da Shari Springer Berman e Robert Pulcini, con Paul Giamatti come attore principale. Il film è parte di un miniprogramma allestito dal festival per omaggiare il produttore americano Ted Hope, che proprio ieri in piazza Grande ha ricevuto un riconoscimento per la sua carriera. American Splendor indubbiamente merita, e poi fa sempre bene scoprire qualcosa di nuovo che viene dal cinema indipendente americano degli ultimi decenni. Termino la serata in Rotonda, dove suonano i Calibro 35, una band che fa un jazz-funk e che un po’ mi ricorda le colonne sonore di certi film. Mentre la band suona il brano di apertura, mi accorgo che nelle prime file ci sono, immancabili, alcuni bambini (come vuole l’ambiente della Rotonda, almeno fino a un certo orario).  Ma non si muovono, come fanno solitamente i bambini quando si trovano proprio davanti a una band che suona live. Si vede che i bambini non sono abituati al jazz, per questo rimangono immobili. Non sanno come ballare.

È tutta una questione di ritmo, come saltare la corda.

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