Certo ci vuole pazienza e occorre stringere un patto con lo spettatore, ma poi il risultato non delude. Con Ryūsuke Hamaguchi il tempo diventa materia cinematografica e gli “spiegoni”, di solito indigesti, qui sono essenziali. Soudain si costruisce lentamente, attraverso dialoghi, silenzi, camminate e lunghi confronti che accompagnano lo spettatore nel film. Un’opera che chiede attenzione e partecipazione, ma che riesce a creare un coinvolgimento sempre più profondo fino a diventare uno dei titoli più importanti del concorso principale di Cannes.

Ambientato tra Francia e Giappone, il film segue l’incontro tra la direttrice di una casa di riposo della banlieue parigina, interpretata in modo misurato e sensibile da Virginie Efira, e Mari Morisaki, drammaturga giapponese malata terminale interpretata da Tao Okamoto. Due donne provenienti da culture lontane che trovano nel dialogo, nell’arte e nella riflessione sulla cura un terreno comune capace di avvicinarle profondamente.

Soudain affronta il tema della demenza senile con grande sensibilità e precisione. Il film entra nelle dinamiche delle case di riposo, nei metodi di assistenza e nelle discussioni sul rapporto tra libertà del paziente e tradizione sanitaria. Le conversazioni diventano così il motore stesso del racconto, sempre animate da uno sguardo profondamente umano. Sullo sfondo emerge la figura di Franco Basaglia, il cui pensiero attraversa tutto il film. Le sue riflessioni sulla dignità della persona e sulla trasformazione della cura ispirano anche il teatro creato da Mari, che porta in scena un percorso artistico e umano legato proprio all’eredità basagliana.

Hamaguchi accompagna i personaggi con una regia elegante e contemplativa. Un lunghissimo travelling lungo la Senna diventa uno dei momenti simbolo dell’opera: un fluire continuo di parole, pensieri, emozioni e ricerca reciproca. C’è un amore costante per il prossimo, per l’ascolto e per la possibilità di comprendersi davvero.

Il tumore di Mari attraversa tutto il racconto e trasforma Soudain anche in un viaggio verso la fine della vita. La malattia si intreccia alla ricerca di nuovi modi di curare e di accompagnare le persone fragili, dando vita a un film che parla contemporaneamente di morte e di rinascita del pensiero umano sulla cura.

Con le sue 3 ore e 15 minuti, Soudain trova il tempo necessario per sviluppare ogni personaggio. Hamaguchi costruisce così un’opera ampia e umana, capace di unire riflessione sociale, intimità emotiva e grande cinema d’autore.