Una villa chiusa sulla Costa Azzurra, un periodo sospeso di vacanza primaverile e una famiglia che non vi avrebbe diritto. Con questi pochi elementi Joachim Lafosse costruisce Six Days in Spring presentato a San Sebastian, film che porta in scena sei giornate di clandestinità domestica, fatte di silenzi, piccole accortezze e un’invisibile minaccia sempre incombente.

Sana (interpretata da una intensa Eye Haïdara) è una madre separata che decide di offrire ai suoi due figli un momento di felicità, occupando senza permesso la villa di famiglia dell’ex marito. Con loro c’è Jules (Jules Waringo), giovane compagno discreto e affettuoso, capace di instaurare una complicità giocosa con i ragazzi. È un equilibrio fragile: niente luci accese, la piscina lasciata sporca per non attirare l’attenzione, i rumori tenuti al minimo per non destare sospetti. Ogni gesto quotidiano diventa un atto di resistenza e insieme un segnale della precarietà della loro condizione.

Lafosse attinge a un ricordo autobiografico: quando, da bambino, trascorse con la madre e il fratello alcuni giorni nascosto nella villa dei nonni paterni. Da quell’esperienza trae un racconto che unisce dolcezza e ansia, memoria personale e riflessione sociale. Six Days in Spring è infatti anche un film sulle disuguaglianze: il contrasto tra la ricchezza della famiglia paterna e la precarietà della madre, costretta a più lavori per sopravvivere, diventa materia drammatica e politica. La villa non è solo un rifugio segreto, ma anche il simbolo di un privilegio negato, di un’appartenenza perduta.

Come in gran parte della sua filmografia (Nue propriété, À perdre la raison, L’économie du couple), Lafosse indaga la famiglia come luogo di tensione silenziosa, di fratture sotterranee che emergono nei dettagli. Ma qui introduce una nota nuova: la ricerca di una “tenerezza cinematografica”, come lui stesso dichiara, una pausa rispetto alla tragedia, pur senza smussarne la gravità. La regia gioca con la suspense del “film da rapina” (non farsi scoprire, rimanere nell’ombra), alternando piani fissi minacciosi a momenti più leggeri di intimità e gioco.

Il mare, le spiagge semideserte, la luce primaverile del sud della Francia diventano cornice e contrappunto, restituendo il senso di un mondo in cui bellezza e precarietà convivono. L’epilogo — un bagno collettivo in una spiaggia pubblica, dopo l’irruzione della polizia — suggella il film con un gesto di libertà e vitalità.

Six Days in Spring è un’opera intima e politica, delicata e tesa, che conferma la coerenza di Lafosse e insieme ne mostra una nuova apertura: raccontare la fragilità dei legami e delle condizioni sociali con uno sguardo più dolce, capace di trasformare un’esperienza dolorosa in cinema di memoria.