Con Shana, primo lungometraggio firmato in solitaria da Lila Pinell dopo diverse collaborazioni e il mediometraggio Le Roi David, la regista francese costruisce un racconto irregolare ma vitale, capace di mescolare realismo sociale e tensione quasi da piccolo thriller senza perdere di vista la sua protagonista.
Shana è una ragazza fragile e impulsiva, piena di contraddizioni. Vive in una periferia francofona attraversata da precarietà economica e relazioni instabili, ma il film evita sempre di trasformarla in un simbolo o in una vittima esemplare. Il suo volto rifatto, con le labbra esageratamente gonfie, racconta tanto delle insicurezze personali quanto di un certo immaginario contemporaneo legato all’apparenza. Attorno a lei ruotano un ex tossico appena uscito di prigione, che la spinge a spacciare, una madre con cui il rapporto è continuamente conflittuale e una sorella minore molto diversa da lei, più semplice e “acqua e sapone”, ma non per questo distante affettivamente.
Il film segue Shana nel suo tentativo, spesso maldestro, di trovare una direzione. Vorrebbe un lavoro normale, una vita stabile, ma sembra continuamente sabotata dalle circostanze e da sé stessa. La voce off accompagna diversi momenti del racconto e permette di entrare nei suoi pensieri senza appesantire troppo il tono. Pinell mantiene infatti uno sguardo leggero anche quando affronta temi pesanti come il controllo nelle relazioni, la vergogna sociale o il senso di esclusione.
Molto riuscito è anche il modo in cui il film lavora sulla dimensione familiare e culturale. Le numerose scene a tavola, durante le festività ebraiche, restituiscono un senso di ritualità quotidiana fatto di cibo e discussioni. La regista ha spiegato di essere interessata soprattutto a ciò che si trasmette tra le generazioni in modo distorto: silenzi, paure, violenze sotterranee più che identità dichiarate. In questo senso l’anello lasciato dalla nonna a Shana diventa un simbolo importante, quasi un amuleto carico di memoria. Quando la ragazza decide di venderlo per recuperare denaro, il gesto assume un valore che va oltre la semplice necessità economica.
Anche gli elementi più movimentati – come la scena del furto nel negozio di gioielli, con Shana che finge una gravidanza aiutata da un’amica – si inseriscono bene nel tono generale del film. Pinell cita apertamente influenze come A Serious Man o Uncut Gems, soprattutto nella capacità di accumulare ansia, ironia e incidenti continui attorno a una protagonista sempre in movimento.
Uno degli aspetti più convincenti resta però l’interpretazione di Eva Huault, presenza magnetica e spontanea, filmata da Pinell dopo un lungo rapporto umano e artistico iniziato molti anni fa. Attorno a lei si muove un cast che sembra vivere davvero quegli spazi e quelle situazioni, contribuendo a dare autenticità al film. E funziona molto bene anche Noémie Lvovsky nel ruolo della madre: il suo personaggio riesce a essere duro e affettuoso.
Girato in 16mm, Shana possiede inoltre una grana visiva sporca e ravvicinata che accompagna bene il caos della protagonista e la sua continua ricerca di libertà. Non tutto è perfettamente equilibrato e alcune linee narrative sembrano appena abbozzate, ma il film ha energia, personalità e soprattutto uno sguardo umano sui suoi personaggi. Infatti Pinell osserva Shana senza giudicarla, lasciandole addosso difetti, errori e slanci improvvisi.




