Non è un film facile, e probabilmente non vuole nemmeno esserlo. Salón de belleza, opera prima della messicana Nathalia Acevedo, è un’opera oscura, particolare, a tratti respingente. Uno di quei film che chiedono allo spettatore di lasciarsi andare più alle sensazioni che alla storia.
In una città senza nome, un salone di bellezza diventa un luogo di passaggio. Al suo interno vive un uomo solo, l’Individuo interpretato da Sam Louwyck, circondato da corpi, pesci negli acquari e persone che sembrano già appartenere a una zona intermedia fra la vita e la morte. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Mario Bellatin, ma Acevedo non cerca di raccontarlo in modo tradizionale: vuole trasformarlo in uno spazio sensoriale, dove memoria, presente e visione continuamente si confondono.
È forse proprio qui che si trova la parte più interessante del film. La macchina da presa si muove quasi continuamente, ma lo fa in maniera lineare, ipnotica, come se danzasse attorno all’uomo e con l’uomo. Non sembra cercare l’azione, ma una sorta di ritualità. I corpi diventano allora elementi del paesaggio, così come l’acqua, i pesci, il fuoco, la carne, il sonno, il giorno e la notte. Elementi semplicissimi che, messi uno accanto all’altro, costruiscono un universo chiuso e quasi primordiale. Le immagini possono essere poetiche, ma sono soprattutto crude. E non lasciano dietro di sé un immaginario particolarmente rassicurante: rimangono la sofferenza, la solitudine, la malattia, la sensazione di una vita che lentamente si consuma.
Il rapporto fra bellezza e morte è dichiaratamente al centro del progetto di Acevedo. La regista ha spiegato di essere interessata proprio a quel legame inquietante e di aver utilizzato la vita acquatica come metafora della bellezza e, contemporaneamente, della precarietà dell’esistenza. E anche il romanzo di Bellatin, fin dalla sua pubblicazione nel 1994, lavora sul rapporto fra corpi marginalizzati, malattia, sessualità e morte.
C’è quindi un evidente intreccio fra eros e thanatos, fra desiderio e decomposizione, fra bellezza e fine. È probabilmente il cuore del film, ma è anche l’aspetto che mi convince meno. I diversi elementi sembrano talvolta procedere separatamente, come frammenti di un’idea precisa che non sempre riesce a diventare un discorso altrettanto compatto.
Salón de belleza cerca sicuramente una strada originale. E formalmente la trova: ha un’identità, un’atmosfera, una fotografia e un modo di guardare i corpi molto riconoscibili. Ma alla fine ho avuto la sensazione che questa ricerca di autenticità restasse soprattutto formale, senza trasformarsi fino in fondo in qualcosa di sostanziale.
È un film che ha cose da dire, ma sembra più interessato a suggerirle che a farle davvero vivere allo spettatore. E forse è proprio questa distanza, più che la sua oscurità, a lasciarmi più di un dubbio.




