Come è stato scritto da più parti Bertolucci è stato l’ultimo dei grandi maestri italiani. Una tradizione partita con Rossellini, De Sica e Visconti, passata da Fellini, Pasolini e Antonioni e arrivata, appunto, a Bertolucci. Parafrasando uno dei suoi celebri film si può dire che è scomparso l’ultimo imperatore. Omaggiato sia in Europa sia in America con diversi premi tra cui l’Oscar alla regia (l’unico italiano), ha sicuramente segnato la cinematografia mondiale.

Dopo il doveroso preambolo, in questo articolo cercherò di evidenziare un aspetto del suo cinema che mi ha sempre colpito. Dando cioè una lettura personale alla sua opera. Per farlo ho scelto alcune scene da quattro dei suoi film più importanti: Il Conformista (1970), Ultimo tango a Parigi (1972), L’ultimo imperatore (1987) e The Dreamers (2003). Ho optato per pellicole appartenenti a epoche diverse proprio per evidenziarne una caratteristica comune. Il famoso filo rosso che lega insieme un pensiero.

Ma prima di iniziare è utile ricordare che Bertolucci ha una grande cultura generale e cinematografica in particolare. Ha assimilato le lezioni dei suoi predecessori. In particolare ha sempre detto di amare Ophüls, ma anche Godard, Ozu e Welles sono stati suoi punti di riferimento. Autori che si sentono nei suoi film proprio nella scomposizione dello spazio.

Per esempio, nella scena di ballo de Il Conformista. Siamo all’interno di un capannone, c’è una festa alla quale partecipano il personaggio interpretato da Trintignant (Clerici) con la moglie e la coppia di amici. A un certo punto si forma un trenino che segue la musica folkloristica. In mezzo alla sala c’è lui, il conformista, fermo. Il trenino, guidato dalla moglie e dal personaggio interpretato dalla Sanda gli gira intorno, formando un cerchio che, a poco a poco diventa sempre più grande e folto, chiudendo Clerici in uno spazio sempre più ristretto, in una morsa da cui è impossibile uscire. Una scena costruita in modo particolare. Sono sette piani, di cui tre ad altezza d’uomo e quattro dall’alto. Quasi tutti sono fissi e si alternano, creando così un secondo movimento (perpendicolare e orizzontale) che va ad aggiungersi a quello circolare del ballo. È una scena piuttosto ritmata e che mette in evidenza alcuni aspetti importanti. Anzitutto, grazie all’alternanza di due punti di vista della macchina da presa, abbiamo coscienza dello spazio: un capannone piuttosto alto e incorniciato da una serie di vetrate che Vittorio Storaro ha magicamente illuminato di un blu intenso. In secondo luogo, grazie alle inquadrature dall’alto e al fatto di essere consapevoli di uno spazio comunque limitato abbiamo la percezione – che diventa vieppiù concreta con lo stringersi del trenino attorno a lui – di una persona sola, inerme di fronte agli altri e agli eventi e che non reagisce, ma che si sa adattare: un conformista appunto.

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