Sembrava che il Festival aspettasse il caldo d’agosto per aprire le sue porte, o forse il contrario. Fatto sta che oggi con la solita aria viva e frizzante di colori e volti nuovi, Locarno ha tagliato i nastri della 78ª edizione del più importante evento culturale dell’anno, che trasforma la città in un bel caleidoscopio di volti nuovi e luci: «Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita», diceva Fellini. Come dargli torto quando vedi la città durante il Festival! Per quel che riguarda le visioni, qui, tra sogno e realtà, fino al 16 se ne moltiplicheranno diverse.
Il primo film in cui mi sono imbattuto è un cortometraggio di animazione con un titolo che sembra un malapropismo: Randaghi (Sezione Pardi di Domani, Concorso Internazionale), di Enrico ed Emanuele Motti, un’altra bella coppia di fratelli cineasti indipendenti (di Dragonea, frazione di Vietri sul Mare, sulla Costiera Amalfitana).
Dicevo un malapropismo perché il titolo sembra l’erroneo gemello di randagi, topos tra l’altro appropriatissimo al film: i randagi infatti ci sono nella storia e impersonano cattivi e brutali psicopompi, tutt’altro che celesti.
Nico e Livio sono due scugnizzi che si incontrano per caso in un luogo abbandonato da Dio: è una discarica con una pompa di carburante prosciugata, carcasse di macchine ed elettrodomestici con etichette energetiche intorno alla lettera zeta. Ma c’è anche un canneto folto e foresto abitato da cani randagi pronti a divorarti, farti a pezzi lasciando volare via, sotto forma di piume, la tua anima. Particolare non trascurabile del paesaggio è un colle sormontato e pavesato di stelle. Tante, brillanti e pure. Così vicine, così lontane.
È un racconto crudo che si srotola in 15 minuti senza bisogno di molte parole (le poche battute sono in napoletano sottotitolato in italiano e inglese), e che riesce a tratteggiare un affresco potente sul degrado umano. Trascinarti in questa periferia anonima e senza tempo, popolata dal silenzio e dal ringhio animalesco di una muta di cani assassini.
La via dell’osservazione muta, fatta di pochi inconsistenti dialoghi («Hai da accendere?», «Mi fai fumare?», «Siamo rimasti a piedi, senza benzina.») non ha il compito di spiegare o rassicurare: bastano frammenti di suono, grugniti, sputi per mostrarci il senso di un mondo che ha perso ogni logica morale. L’animazione si succede come la traccia impassibile di ciò che vediamo.
Il tratto del disegno è sfumato, ma il colore è denso, saturo di toni terrosi e grigiognoli, quasi a suggerire l’odore di muffa e sudore che sembra impregnare il canneto in cui si consumano i pasti canini. I corpi dei due ragazzi mostrano un realismo smunto, fatto di movimenti che da soli raccontano una verità che la parola non può più contenere.
La sottile linea tra umano e animale si sgretola fotogramma dopo fotogramma. Senza bisogno di retorica, dopo che lo sbranamento si è consumato, due gatti si vengono incontro per chiudere il quadro e il film finisce.
Mi ha colpito la scelta dei fratelli Motti di non esprimere nessun giudizio morale su ciò che vediamo: preferiscono non biasimare, ma esporre. La loro è una visione cruda di questo mondo liminare in cui l’essere umano ha bisogno di indagare la brutalità per redimersi. La bestialità è la strada, è la norma per cambiare stato. La fame, la solitudine, l’istinto, la violenza che ancora ci abitano sotto la maschera del decadente presente sono in fin dei conti la nostra reale necessità. Stelle lontane e vicine.




