L’inizio del festival è stato piuttosto deludente: il film d’apertura non ha convinto, anzi, si è rivelato una vera delusione.

Partir un jour ou ce qui reste, opera prima della regista francese Amélie Bonnin, è una commedia musicale che affronta le relazioni familiari e sentimentali, intrecciando il racconto di una donna in bilico tra passato e futuro. Il festival l’ha salutato come un evento simbolico: “Per la prima volta è un’opera prima diretta da una donna ad aprire la rassegna”, come recita orgogliosamente il materiale stampa. Ma è giusto chiedersi: è sufficiente questo per giustificare la scelta?

Il film nasce dall’espansione di un cortometraggio premiato con un César nel 2023. Una transizione tutt’altro che scontata. Come la stessa Bonnin confessa, aveva inizialmente timore di allungare una storia che forse aveva già detto tutto. E in effetti, nel passaggio al lungo, emergono i limiti strutturali di un’opera ancora acerba: la regia fatica a tenere il ritmo, soprattutto nei momenti musicali, e il cast — seppur ricco di nomi interessanti — soffre di una direzione incerta, con interpretazioni secondarie poco incisive.

La trama ruota attorno a Cécile (Juliette Armanet), quarant’anni, chef di successo e vincitrice di Top Chef, che torna al villaggio natale dopo l’infarto del padre. Il ritorno rievoca memorie, riapre ferite e riaccende la fiamma dell’amore giovanile con Raphaël (Bastien Bouillon). Il tema del ritorno — centrale nel film — si intreccia con quello del senso di colpa legato all’ascesa sociale, alla distanza dai propri luoghi d’origine e ai legami familiari mai del tutto risolti.

Queste riflessioni, pur sincere, si appoggiano però su una costruzione narrativa fragile, con snodi prevedibili e personaggi stereotipati. Il triangolo amoroso, ad esempio, si sviluppa secondo dinamiche viste e riviste, senza mai sorprendere davvero. Il tutto è accompagnato da numeri musicali ispirati a celebri brani francesi — da Dalida ai 2Be3 — cantati en live sul set. Un’idea interessante sulla carta, ma che raramente trova un’esecuzione all’altezza, risultando spesso dissonante, tanto nel canto quanto nella messa in scena.

Eppure, le ambizioni non mancano. Bonnin parla di una “poesia del quotidiano”, di “musica come ponte generazionale” e del desiderio di rappresentare una donna di quarant’anni alle prese con le proprie contraddizioni. Sono temi importanti, ma il film sembra volerli risolvere più attraverso l’intenzione che attraverso la forma. Anche visivamente, il realismo del relais routier — luogo cardine della narrazione — avrebbe potuto diventare un vero personaggio, ma resta sullo sfondo, evocato più che incarnato.

Juliette Armanet, al suo primo ruolo da protagonista, si impegna con generosità e viene sostenuta da un Bastien Bouillon pieno di mestiere. Ma il risultato, anche nei momenti più intimi o emozionali, resta spesso artificioso. Il rischio, a tratti, è che il film scivoli nella patina da “esercizio di stile con buone intenzioni”.

In definitiva, Partir un jour è il sintomo di un problema più ampio: il desiderio — legittimo e necessario — di dare spazio a nuove voci femminili, quando non accompagnato da un vero criterio selettivo, può ritorcersi contro. In questo caso, né il festival né la regista escono rafforzati: il primo si affida a un simbolo più che a un’opera solida, e la seconda rischia di ricevere un plauso prematuro che non le rende giustizia.