Ma che bello è Nouvelle Vague di Richard Linklater (sì, proprio lui, quello della trilogia di Before Sunrise e Boyhood)? Dopo questa domanda potrei anche fermarmi qui. Perché sì, è davvero una chicca. Un film che riesce ad essere leggero e spensierato pur parlando di un capolavoro, e lo fa con amore, ironia e una cura maniacale per i dettagli.
Linklater firma un metafilm affascinante, che mette in scena la nascita di À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) e, insieme, racconta la filosofia della Nouvelle Vague. Ma senza appesantire, senza cadere nella lezione accademica o nella reverenza. Anzi. È un film allegro, perfino divertito. Un omaggio che riesce a essere personale, quasi intimo, eppure anche divulgativo: se un giovane volesse oggi capire cos’è stata davvero la Nouvelle Vague, questo film sarebbe un ottimo punto di partenza.
E c’è proprio tutto quel mondo dentro: Godard ovviamente (interpretato con misura e mistero da Guillaume Marbeck), ma anche Truffaut, Chabrol, Rivette, Rohmer, Varda e tutti gli altri critici dei Cahiers du Cinéma che da spettatori divennero autori, spinti da una fame di libertà e verità. Fino ad arrivare a Rossellini, il loro grande ispiratore, che nel film compare come figura quasi mitologica.
Uno degli elementi più riusciti è proprio il tono. Linklater si muove con leggerezza, ma senza mai esserne schiavo. La ricostruzione è filologica: bianco e nero, inquadrature che citano apertamente lo stile dei film anni ’60, dialoghi in francese, jazz in sottofondo. Ma tutto resta fluido, vitale, mai didascalico.
C’è anche una riflessione interessante su cosa significhi fare cinema in modo libero e istintivo: vediamo Jean Seberg (una bravissima Zoey Deutch) inizialmente dubbiosa, poi conquistata dal progetto; vediamo la troupe di Godard lavorare in condizioni quasi amatoriali, con pochi mezzi, improvvisando per strada, girando “di nascosto” tra i passanti. Tutto ciò emerge con grande naturalezza. E il backstage della realizzazione di quel film leggendario è di per sé già un piccolo romanzo. The Times ha elogiato proprio questo: il modo in cui Linklater riesce a rendere il caos creativo del set come un’esperienza umana, collettiva, quasi affettuosa. La regia resta lineare, quasi “classica”, e per alcuni è un limite. Ma io, e anche altri, la vediamo come una scelta intelligente. Linklater non si mette a copiare Godard, non lo imita: lo racconta. E lo racconta con rispetto. Perché – diciamocelo – rifare oggi la Nouvelle Vague con gli stessi mezzi di allora sarebbe quasi una parodia. Lui invece costruisce un ponte. Mostra un’epoca irripetibile con uno sguardo contemporaneo, ma sensibile.
Anche Time sottolinea questo equilibrio tra distanza e partecipazione: “Linklater doesn’t mimic the Nouvelle Vague. He honors its essence.” E sì, l’essenza la coglie benissimo. Quello spirito giovane, ribelle, anticonvenzionale che ha rivoluzionato il modo di fare cinema e di pensare le immagini.
Insomma, Nouvelle Vague è un film che si guarda col sorriso sulle labbra. Ti porta dietro le quinte di un mito senza mai farti sentire escluso. Fa venire voglia di riguardare Fino all’ultimo respiro, ma anche di prendere una cinepresa e uscire a girare qualcosa, senza permessi, senza copione, solo con un’idea in testa.
E, a giudicare dal tono generale del film, pare che anche loro – attori, troupe, regista – si siano divertiti un mondo. Forse l’unico a non ridere mai è Georges de Beauregard, il produttore. Ma lui, del resto, non rideva neanche all’epoca.




