NARCOS

«L’effetto di Narcos sulla gente». Con questa citazione, presa in prestito dai napoletani The Jackal, inizia il viaggio all’interno del mondo di una delle serie tv di maggiore successo degli ultimi anni. Sto parlando di Narcos che ha visto andare in onda lo scorso novembre, sempre sulla piattaforma Netflix che la ha prodotta, la sua quarta stagione ambientata questa volta in Messico tra Sinaloa e Guadalajara.
La fortunatissima serie, ideata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro, inizia la sua ascesa all’olimpo dei prodotti per la televisione nel 2015. Racconta la storia del narcotraffico dilagante tra Colombia e Stati Uniti negli anni Ottanta. I protagonisti sono due agenti in servizio in Colombia con il compito di scovare e fermare la produzione e il commercio di cocaina. Steve Murphy della DEA (interpretato da Robert Boyd Holbrook) e il suo collega dell’antidroga locale Javier Pena (Pedro Pascal). E fino a qui nulla di nuovo sotto il sole. I poliziotti buoni contro i narcotrafficanti cattivi. Un po’ come succedeva un tempo tra indiani e cowboy, ma anche in questo caso, proprio come è successo con il western revisionista, i piani ad un certo punto si ribaltano. È nell’etica che sta la differenza. Mentre al cinema gli indiani recuperavano la loro umanità, fino ad allora negata da un falso storico, con film come Piccolo grande uomo (Arthur Penn, 1969), Soldato blu (Ralph Nelson, 1970) o Un uomo chiamato Cavallo (Elliot Silverstein, 1970), i narcotrafficanti di Netflix ci propongono un’ascesa del male al ruolo di eroe.

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