Generazioni diverse, provenienze lontane, tradizioni e modi di vivere che sembrano non avere nulla in comune. Eppure, in Melodie, documentario di Anka Schmid, tutto converge in un gesto semplice e universale: il canto.
Il film si muove tra storie individuali e collettive, attraversando luoghi e contesti molto differenti. Ci sono coppie, famiglie, persone che hanno lasciato il proprio paese e altre profondamente radicate in un territorio. C’è una giovane rapper di Lugano, c’è una donna proveniente dal Benin che insegna canto, chi vive sugli alpeggi tra pioggia, bestie e silenzi, e chi invece pratica il canto in un monastero, ma solo all’esterno, perché all’interno dominano il silenzio e la preghiera. È proprio in questa tensione tra suono e quiete che il film trova uno dei suoi equilibri più interessanti.
Schmid costruisce un mosaico di esperienze in cui il canto non è mai solo espressione artistica, ma diventa rituale, memoria e strumento di connessione. Come sottolinea anche il film, cantare significa entrare in una dimensione altra, un piano in cui comunicare va oltre le parole. È un gesto che attraversa la vita intera: dalla nascita – con una musicoterapeuta che ne evidenzia i benefici già per il feto – fino alla vecchiaia e alla malattia, dove il canto continua a creare relazione e benessere, anche in contesti di demenza.
In questo senso, Melodie si avvicina a un vero e proprio “manifesto della gioia di vivere” ma senza mai cadere nell’enfasi. Il film mantiene uno sguardo leggero lasciando spazio alle persone e alle loro storie. Il canto emerge così come un linguaggio primordiale e accessibile a tutti: uno strumento che non richiede altro se non il corpo, e che riesce a generare forza, conforto e appartenenza.
Particolarmente toccanti sono i momenti più intimi: le ninne nanne cantate in lingue ancestrali, i canti legati alla perdita e al lutto, o quelli che accompagnano la quotidianità più semplice. Qui il documentario riesce davvero a sorprendere, catturando lo spettatore e trasportandolo, quasi senza accorgersene, in una dimensione sospesa e ipnotica.
Coerente con il percorso cinematografico della regista, Melodie privilegia l’osservazione e la delicatezza. Non cerca il sensazionale, ma si affida alla forza delle immagini e dei suoni, costruendo un racconto fatto di piccoli momenti e risonanze emotive. Ne emerge un film che è insieme semplice e profondo, capace di parlare a tutti proprio perché radicato in qualcosa di universale.
Alla fine, ciò che resta è la sensazione che il canto – individuale o collettivo – sia molto più di un’espressione artistica: è un modo per stare al mondo, per riconnettersi con sé stessi e con gli altri. E forse, come suggerisce il film, anche un modo per resistere al troppo rumore del presente.
Melodie arriva nei nostri cinema e più precisamente a Lugano e ad Ascona il 21 di maggio.




