Mama è il primo lungometraggio della regista israeliana Or Sinai, già vincitrice del Primo Premio Cinéfondation a Cannes nel 2016 con il corto Anna, da cui questo film è tratto e sviluppato. L’opera conserva le atmosfere intime e sospese del corto originario, espandendone però lo sguardo e il respiro. Il risultato è un film (presentato in una proiezione speciale) coerente, sensibile, anche se forse non del tutto sorprendente.

La trama si snoda attorno al ritorno forzato di Mila, donna di mezza età che lavora come domestica in una villa sul mare. Un infortunio al polso la costringe a tornare nel remoto villaggio polacco in cui è cresciuta, lasciando dietro di sé non solo il lavoro, ma anche una relazione sentimentale mantenuta segreta. Il ritorno alla famiglia si rivela tutt’altro che riconciliante: tra silenzi, rancori sopiti e distanze emotive, Mila si trova a fare i conti con ciò che è diventata, e con ciò che ha lasciato indietro.

Evgenia Dodina, nel ruolo della protagonista, è l’anima del film. Con la sua presenza fisica sobria e intensa, i silenzi misurati e gli sguardi pieni di tensione trattenuta, riesce a conferire profondità a un personaggio che comunica più con il corpo che con le parole. La sua interpretazione riesce a sorreggere l’intero film anche nei momenti in cui la narrazione rischia di diventare prevedibile.

Or Sinai dimostra una buona capacità nel costruire atmosfere: il contrasto tra il luogo di lavoro, asettico ma sicuro, e il ritorno in un ambiente familiare intriso di aspettative, dolore e incomunicabilità, è reso con finezza visiva e narrativa. Il film vive nei silenzi, nei non detti, nei lunghi fuori campo che lasciano spazio allo spettatore per interpretare e intuire.

Se da un lato la struttura narrativa non propone svolte particolarmente originali – alcune dinamiche familiari e sviluppi emotivi sono facilmente anticipabili – dall’altro Mama si distingue per la delicatezza con cui tratteggia le relazioni tra i personaggi. Sinai non cerca il melodramma, ma preferisce raccontare attraverso dettagli minimi e sfumature, lasciando che il vissuto dei personaggi emerga in modo organico, quasi documentaristico.

Alcuni critici hanno sottolineato come il film si inserisca nella tradizione del cinema intimista dell’Europa orientale, per la sua lentezza contemplativa e l’uso dei silenzi come veicolo principale di tensione narrativa. In effetti, Mama non è un film che cerca il consenso facile, ma si affida a una poetica sobria, in cui l’emozione non è mai ostentata ma filtrata da un costante senso di disillusione e distanza.

In conclusione, Mama è un’opera prima sentita, che racconta con grazia un conflitto interiore universale: quello tra il desiderio di fuga e il bisogno di radici, tra ciò che si lascia e ciò che inevitabilmente ci richiama indietro.