È uno di quei film che non se ne vanno molto facilmente. Anche grazie al ritmo lento e al tempo che Paul Thomas Anderson (PTA) si concede per farti entrar dentro. Ma una volta acchiappato non scappi. Sei circuito tra aghi e stoffe, tra schizzi e (mal)sane abitudini. Daniel Day Lewis è un sarto, nella Londra degli anni 50 e – con la sorella – dirige una casa di moda che veste le donne più importanti e ricche del mondo.

Ora, mi sono fatto due domande. Perché PTA ha scelto di parlare di uno stilista? Perché ha insistito tanto sul cibo? Iniziamo dalla seconda che credo sia la più semplice. Il cibo, filmato in tutti i modi (anche con dei dettagli) è il sostituto del sesso che nel film è completamente assente. Non per nulla il primo incontro, il primo flirt, è contraddistinto da un lungo elenco di piatti che lei ripete a lui. E da lì nasce la storia tra i due. Ma come non sottolineare il rituale della colazione: sempre uguale a se stesso e momento cruciale della giornata e della vita dello stilista, in cui lui schizza vestiti e pensa alle nuove creazioni. Quello è però anche il momento in cui lei, mangiando in modo rumoroso, non si adegua ai ritmi di lui e diventa autonoma nella relazione. Il cibo, quindi come chiave per capire la personalità dei due protagonisti. Ed è emblematica la scena in cui lei prepara la cena a lui, scompaginando le abitudini cristallizzate da anni, e lo sconvolge. È uno dei momenti topici di un film molto misurato e soft: assistiamo a un litigio forte e violento dove emergono, finalmente, le vere personalità e i propri bisogni.

Perché PTA ha scelto di costruire una storia attorno a uno stilista? Probabilmente gli permette di esplicitare meglio la psicologia del personaggio rispetto all’altro sesso. È infatti questo un mestiere che gli permette di essere sempre in contatto con le donne, di toccarle, misurarle centimetro dopo centimetro e avvolgerle. Di essere il padrone e loro delle belle bambole da accudire, da vestire e far sfilare a suo piacimento. Fino alla cerimonia, alla sfilata appunto: quando lui, dal buco della serratura, guarda se tutto procede al meglio. Uno sguardo che lei sente sulla pelle, lo avverte e glielo fa capire con un sorriso indugiante.
Ci sarebbero da dire moltissime altre cose. Per esempio sul rapporto malato con la sorella e il ricordo altrettanto problematico che ha della madre (ancora una volta torna in gioco il rapporto con l’altro sesso), ma è interessante far notare una differenza importante. Noi di lui sappiamo praticamente tutto, lo vediamo anche tagliarsi i peli del naso. Di lei, invece, praticamente nulla. Lui è il vestito, lei la parola segreta cucita dentro l’abito.

REVIEW OVERVIEW
qualità del film
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