C’è sicuramente la mano di una regista con la R maiuscola. Lo si avverte nella costruzione delle scene e soprattutto nella composizione dei piani, dove ogni posizione della macchina da presa sembra studiata con precisione e dove le luci non servono soltanto a illuminare, ma evocano sentimenti e sensazioni.
Anuparna Roy torna a Venezia dopo il premio per la miglior regia di Orizzonti conquistato lo scorso anno con Songs of Forgotten Trees. Anche questa volta guarda a Mumbai e alle persone che vivono ai margini della grande metropoli. Il film segue quattro migranti: un uomo gay sposato, una donna che lavora in un bar, un piccolo ladro e un pappone. Quattro esistenze diverse che finiscono per intrecciarsi attorno all’amore, alla sopravvivenza, alla solitudine e soprattutto al desiderio. Ed è proprio il desiderio, più ancora della marginalità, a interessare Roy. I suoi personaggi non chiedono poi molto: vogliono poter vivere la propria vita, essere amati, essere riconosciuti, trovare qualcuno che li scelga. È una richiesta semplice, quasi banale, ma che per chi vive ai margini di una metropoli può diventare terribilmente complicata.
Il film però è soprattutto un’esperienza visiva. I colori sono quelli della notte: soprattutto blu, ma anche rossi, verdi e bianchi, tutti molto accesi ma mai saturi. In alcuni momenti viene spontaneo pensare a In the Mood for Love, non tanto per la storia quanto per il modo in cui i colori, le luci e gli spazi diventano parte dei sentimenti dei personaggi.
Sono interessanti le inquadrature: le soggettive dall’alto, i quadri nei quadri, le prospettive, le profondità di campo. E poi le luci, ora artificiali ora naturali, che scolpiscono i volti e gli ambienti. La macchina da presa è piuttosto statica, non cerca grandi movimenti spettacolari: sono soprattutto i personaggi a muoversi dentro il quadro. Come se Roy costruisse uno spazio preciso e poi lasciasse che fossero le persone a riempirlo con le loro inquietudini.
C’è qualcosa di molto cinematografico, quasi pittorico, nel modo in cui la regista guarda queste vite. E allo stesso tempo il film strizza l’occhio al cinema d’autore senza rinunciare a una componente più popolare, con dinamiche sentimentali e familiari che ricordano in qualche modo il cinema di Bollywood. Una combinazione non sempre facile, ma sicuramente interessante.
Anche la storia del film nasce da qualcosa di molto personale per Roy. La regista ha raccontato di aver preso spunto da un ricordo d’infanzia, dall’incontro con una donna che viveva una condizione di forte dipendenza e marginalità. Da quella memoria è nata una riflessione sul desiderio e sulla possibilità, per persone apparentemente invisibili, di costruirsi una vita diversa.
C’è poi una dimensione queer che attraversa il film senza diventare semplicemente una dichiarazione politica. Il marito che nasconde la propria omosessualità vive una doppia prigionia: quella delle convenzioni sociali e quella di un matrimonio nel quale non riesce a essere veramente sé stesso. La moglie, dal canto suo, cerca qualcuno che la veda davvero. Anche gli altri personaggi inseguono, in modi diversi, una forma di appartenenza. Ed è forse qui che Lovers in the Blue Night convince maggiormente: quando racconta persone che cercano disperatamente un posto, qualcuno da amare o da cui essere amati. Meno quando deve trasformare queste esistenze in una vera storia corale.
Perché se dal punto di vista formale il film è molto interessante, da quello narrativo mi ha convinto un po’ meno. Alcuni momenti sono toccanti e drammatici, ma l’intreccio non sempre possiede la stessa forza delle immagini. E anche la parte attoriale è probabilmente l’aspetto meno efficace dell’opera.
Resta comunque un secondo film che conferma una cosa già intuibile dal debutto: Anuparna Roy possiede uno sguardo personale e soprattutto sa costruire immagini. In Lovers in the Blue Night forse la forma corre più veloce della storia, ma quando la macchina da presa si ferma, inquadra e lascia respirare quei quattro personaggi dentro la notte di Mumbai, il cinema diventa magia.




