Oggi (ieri per chi legge) ero a Pisa e stavo giocando una partita a scacchi seduto nel posto meno eroico del mondo, il bagno. A pensarci dopo sembra già una di quelle storie che finiscono in un repertorio di persone un po’ svitate. Uno era a Pisa durante un terremoto e invece di scappare continuò la partita.
Perché è andata proprio così.
Prima un movimento piccolissimo, come quando credi di aver urtato qualcosa col piede. Poi il pavimento che ha deciso di non fare più il pavimento. Ha iniziato a muoversi con quel moto sussultorio che nei manuali di geofisica e vulcanologia è una definizione e invece, quando lo senti sotto di te, diventa un verbo esperibile. La terra sussulta. E con lei sussulti anche tu.
Io però sono rimasto fermo.
Non per coraggio. Il coraggio arriva sempre dopo, quando raccontiamo le cose. Sul momento credo sia stata una specie di ostinazione. Ho perso una torre proprio nell’istante decisivo della scossa, ma ero in vantaggio netto e ormai la partita non poteva più sfuggirmi. Il re nero era finito prigioniero nell’angolo in basso a sinistra della scacchiera, soffocato sotto due pedoni e tenuto sotto assedio dal mio cavallo e dalla mia regina. Due mosse due, e sarebbe stato matto. In fondo lo eravamo entrambi: lui sulla scacchiera, io sopra una terra che aveva smesso di comportarsi come tale.
Quando finalmente sono uscito dal bagno, ho trovato mia moglie e i miei figli immobili sotto gli stipiti di due porte. Non gridavano. Non correvano. Erano fermi, come se il corpo avesse capito prima della mente che, in certi momenti, l’unica cosa possibile è aspettare. Quell’immobilità incredula mi è rimasta impressa quasi più della scossa.
Da lì in poi abbiamo accelerato tutto. Valigie, chiavi, macchina. In pochi minuti eravamo già in viaggio verso Locarno.
Siamo arrivati appena in tempo per due tre commissioni e una corsa in Piazza Grande per vedere Lo squalo, il film che precede l’apertura ufficiale del Locarno Film Festival.
Io non l’avevo mai visto al cinema: sono nato appena due anni prima della sua uscita e l’unico mio ricordo era legato al televisore del salone di casa dei miei. Un ricordo forte, ma pur sempre domestico. Un film come Jaws (il titolo originale: fauci, mascelle), però, evidentemente aspetta il momento giusto. E il momento giusto era oggi, martedì 4 agosto 2026.
Anche perché lo schermo più grande d’Europa ha fatto quello che i grandi schermi sanno ancora fare: cancellare ogni visione precedente. È stato come vedere la storia del grande squalo bianco che uccide i bagnanti dell’isola di Amity per la prima volta. Davvero.
Mi sono ritrovato seduto tre file dietro mio figlio che era venuto con tre suoi amici. Guardavo il film, ma guardavo anche loro. E quando sono arrivate le due scene che tutti ricordano, come anche quando quelle due note chirurgiche e perfette di John Williams – il Mi e il Fa – fanno scatenare il panico primordiale tra i bagnanti, vedendo i quattro ragazzi sobbalzare all’unisono sulle sedie mi è venuto da sorridere. Il loro non era un movimento simbolico, bensì un autentico movimento sussultorio.
Beh, lì ho capito che il grande cinema non muore, soprattutto quando viene restituito alla sua dimensione naturale; parlo di uno schermo immenso sotto il cielo aperto, il buio della notte e migliaia di persone insieme. Cambiano gli effetti speciali, cambiano le piattaforme, cambiano le abitudini, ma Spielberg continua a vincere.
Una verità che è diventata palese, quando Martin Brody infila la bombola subacquea di aria compressa nelle fauci del Carcharodon carcharias (così lo chiama l’oceanografo Hooper sopraggiunto sull’isola per fornire la sua esperienza di biologo marino specializzato in elasmobranchi) e il colpo di fucile la fa esplodere: in quell’istatante più di diecimila mani sono esplose insieme a lei. L’applauso è arrivato come un’altra onda, ma stavolta liberatoria. Non applaudivano soltanto un finale perfetto. Applaudivano cinquantun anni di cinema che continuano a sorprendere.
Stamattina avevo scoperto che perfino il pavimento è una convenzione. Stasera, per fortuna, Spielberg me l’ha restituito. Per quattro o forse sette secondi non l’avevo più dato per scontato. Aveva ondeggiato come i kanga delle keniote: un tessuto vivo, leggero, attraversato dal vento. E quando la terra decide di comportarsi come una stoffa, capisci che la solidità è soltanto un’abitudine.
Sartre avrebbe forse detto che il mondo, all’improvviso, si era mostrato nella sua nuda contingenza. Camus, probabilmente, avrebbe sorriso davanti all’assurdità di un uomo che continua una partita a scacchi mentre la terra gli balla sotto i piedi. Io so soltanto che oggi doveva andare così.
Prima il terremoto della terra. Poi quello del cinema.
E, guardando mio figlio e i suoi tre amici sobbalzare insieme alla Piazza, ho avuto la conferma che il grande cinema, quando incontra un grande schermo, continua a fare quello che fanno i terremoti: scuote. Solo che, a differenza dell’altro, quando finisce ci lascia un mondo un po’ più saldo di quello che avevamo prima.
Foto: (Copyright-courtesy of Park Circus Universal)




