Sofia Coppola è sicuramente una delle registe più importanti della nuova generazione. E grazie ad alcuni riusciti lavori, da tempo, si è ormai tolta la pesante cappa di figlia di papà. Quel padre che l’aveva voluta nel terzo film de Il padrino, pensando a lei come attrice. Ma ormai da quasi venti anni, si è ribellata a quel ruolo e ha preferito seguire le orme paterne, nel senso che si è cimentata, con successo, dietro la macchina da presa: alla regia.

Il suo clamoroso debutto fu con quel gelido dramma familiare che si intitola Il giardino delle vergini suicide. Un film che aveva colpito subito per la delicatezza con cui era girato, ma soprattutto per la storia dolorosa e ineluttabile. Un melodramma dai toni freddi e che parlava di suicidio. Un tema accentuato da colori agghiaccianti, come quasi mai si sono visti sul grande schermo.

Dopo un mezzo passo falso che è stato The Bling Ring, ora torna nelle sale con l’atteso L’inganno. In concorso, questa primavera, al Festival di Cannes, è un film in costume, ambientato durante la Guerra di Secessione. L’opera racconta la storia di alcune donne, di età diversa, le quali, rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia, danno ricovero a un soldato ferito. Ma un uomo in mezzo a tante donne, inevitabilmente, scatena dinamiche e conflitti che la regista racconta e segue con partecipazione.

Occorre precisare che questo della Coppola è un remake di un film di Don Siegel del 1971 intitolato La notte brava del soldato Jonathan, in cui un giovane Clint Eastwood diventava l’oggetto sessuale di alcune donne che lo ospitano fino a diventare un martire. In questo caso, invece, il maschio è un puro pretesto per indagare l’animo femminile: in puro stile Coppola.

 

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