Martin Scorsese, Giancarlo Giannini, Harvey Keitel, ma anche Sofia Loren e Mariangela Melato raccontano chi si nasconde Dietro gli occhiali bianchi. Un bel documentario di Valerio Ruiz presentato al Cinestar e dedicato a Lina Wertmüller. È il primo lungometraggio che propone l’OtherMovie Festival di Drago Stevanovic in programmazione in questi giorni in Ticino.

Ed è partendo dalla caratteristica inconfondibile della regista (gli occhiali bianchi appunto) che il documentario inizia e racconta la sua vita attraverso i film. Dalla collaborazione con Federico Fellini alla prima opera dietro una macchina da presa (I basilischi del 1963), una pellicola con la quale si fece conoscere al grande pubblico e che attirò, da subito, la curiosità verso questa donna-regista.

Il docu-film di Ruiz dà voce a Lina, ma soprattutto a chi ha lavorato con lei. In questo modo il pubblico entra nel suo mondo in punta di piedi. Così come la telecamera, lentamente, entra nella sua casa romana e ci svela una vita fatta di passioni, scrittura e di due grandi amori: il primo per il cinema e il secondo per il marito, lo scenografo Enrico Job che collaborerà in diversi film.

Il percorso di Valerio Ruiz (aiutoregista della Wertmüller negli ultimi dieci anni), prosegue negli anni 60 e 70 con le pellicole che fecero conoscere e apprezzare in tutto il mondo l’estro di Lina Wertmüller. Dal Giornalino di Gianburrasca a Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Film d’amore e d’anarchia – Ovvero Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza  (1973), Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, fino a Pasqualino Settebellezze per non ricordare che i più noti. Film che addirittura varcarono l’Oceano ed arrivarono in America con le nominations agli Oscar.

Valerio Ruiz, probabilmente grazie all’approfondita conoscenza con la regista, è capace di far emergere lo stile particolare della Wertmüller, che i protagonisti del documentario definiscono pieno, straripante, anarchico ed eccessivo. Uno stile tipico anche dei suoi molti personaggi, capaci di rovesciare le classi sociali e di infrangere ogni barriera del buon senso comune come del ridicolo.

Lina Wertmüller è stata ed è tuttora una donna e una regista particolare, che la critica italiana non ha mai compreso fino in fondo. Tanto che tra i vari personaggi chiamati a descriverla c’è anche un critico americano: John Simon. E la scelta, come ha detto alla fine del film, non è stata casuale.

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