Lou Reed, Blondie, T-Rex, The Woo, tutti gruppi che chi ha un po’ di dimestichezza con il rock non può non conoscere. Anche all’inizio degli anni 80, in URSS, questi gruppi erano molto in voga tra i giovani. E diversi cercavano di prendere ispirazione per proporre un suono simile al loro. Leto, film di Kirill Serebrennikov (al suo secondo lungometraggio), ripercorre un’estate (Leto significa appunto estate) particolare: quella in cui sale alla ribalta della scena musicale sovietica – in particolare di quella di Leningrado – una nuova e giovane star: Viktor. Siamo sotto la presidenza di Brejnev e l’URSS è grigia (in questo senso il bianco e nero non è una scelta casuale) e cupa. Solo i giovani possono cambiarla. Come? Con la musica e l’amore. I due tratti fondamentali di questa apprezzabile e originale pellicola. E infatti, solo nei più alti picchi emotivi, dove la musica e l’amore si fondono, i colori appaiono come per magia.

Da notare che il regista non ha potuto – per un procedimento penale a suo carico – accompagnare il film sulla Croisette e gli attori, per rendergli omaggio durante la sfilata sul tappeto rosso, hanno mostrato un cartello con il suo nome. Del resto il film (in competizione nel concorso ufficiale) è stato fortemente voluto dal delegato generale Thierry Frémaux, sin dalla sua presentazione, quando aveva sottolineato come il festival è «un luogo di libertà e creazione oltre che di artisti liberi».

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