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A pochi giorni dalla notte degli Oscar è in arrivo nelle sale Lady Bird, il film diretto da Greta Gerwig, attrice e sceneggiatrice americana, alla sua prima opera come regista. Una prima che la vede direttamente catapultata tra le nomination per miglior regia. Prima di lei avevano corso Lina Wertmuller (Pasqualino 7 Bellezze), Jane Campion (Il Piano), Sofia Coppola (L’amore Tradotto) e Kathryn Bigelow, unica fra tutte a vincere l’Oscar per il film The Hurt Locker.

Christine (interpretata dalla candidata all’Oscar Saoirse Ronan) è un’adolescente all’ultimo anno di liceo, ribelle e dall’apparenza anticonformista. Rifiuta il nome che le è stato attribuito e ne sceglie uno che ritiene più calzante alla sua personalità: Lady Bird. Odia Sacramento, la sua città, dove non succede nulla e sogna di trasferirsi a New York. Nella lotta per affermare le proprie scelte la asseconda il padre disoccupato, ma non la madre infermiera, preoccupata per il suo futuro.

L’ennesimo film che indaga l’altalena di emozioni tipici dell’adolescenza? In parte lo si potrebbe vedere così. Ma ci sono elementi che fanno di questo film una pellicola originale e interessante. Il punto di vista al femminile non è così abusato nel cinema e questo pone l’accento sugli archetipi del ruolo delle giovani donne nella società di provincia americana. Una società, quella dei primi anni duemila, caratterizzata da grossi cambiamenti nella classe media, confrontata con le difficoltà economiche e all’inizio di un declino al quale ancora oggi stiamo assistendo. Ed è proprio il punto di vista femminile il centro di questo film. La delicata psicologia che mette a confronto la giovane Lady Bird, immagine di una generazione che vive la possibilità del sogno come qualcosa di tangibile, come obiettivo per il proprio futuro e sua madre Marion (interpretata da Laurie Metcalf) figlia degli anni cinquanta, nei quali le donne potevano sognare solo un buon matrimonio. Ma Marion è colei che porta a casa lo stipendio. Rappresenta l’unica fonte concreta di sostentamento familiare, una responsabilità che la vede lontana dai sogni di evasione della figlia. Le figure maschili costruiscono il gioco delle relazioni, l’amico Danny (Lucas Hedges) il padre Larry che la sostiene nel suo inseguire un sogno, interpretato dallo scrittore Tracy Letts, e ancora del rapporto tra le due donne o ancora il fidanzato Kyle (Timothée Chalamet) che porta la passione nella vita della giovane.

Un sapiente equilibrio di realismo e finzione quello raccontato dalla Gerwig che ha scelto di concentrare la sua narrazione sul delicato passaggio dall’essere figlia alla conquista dell’autonomia dell’essere donna. Una libertà che ha i suoi pro e i suoi contro. La fine del liceo e l’inizio dell’Università, spesso, coincide con il momento nel quale s’infrangono i modelli sublimati nella prima adolescenza e si ricorre alla mimesi per sentirsi più forti e sicuri. Così Lady Bird insegue sé stessa o forse l’ombra di una sé stessa che ancora deve prendere forma. Una forma che la regista connota non solo attraverso la genuinità dell’interpretazione, ma anche usando le metafore del contesto, da quello cattolico della scuola fino a quello storico e sociale della Sacramento del 2002. Tutto per mostrare la verità di un momento topico nella vita di ognuno: il rituale passaggio all’età adulta.

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