Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, La vie d’une femme di Charline Bourgeois-Tacquet vorrebbe raccontare il peso delle responsabilità, il sacrificio quotidiano e il fragile equilibrio tra lavoro e vita privata. Ma il risultato è un film che si trascina stancamente verso i titoli di coda senza mai trovare una vera tensione narrativa o un qualche spunto al quale aggrapparsi.
Gabrielle, interpretata da Léa Drucker, è un chirurgo di 55 anni, primario ospedaliero completamente assorbito dal lavoro. Tra turni, emergenze, un marito presente e una madre sempre più dipendente dalle sue cure, la donna sembra aver costruito la vita che desiderava. L’arrivo di una scrittrice, interessata a osservarla per documentarsi su un libro, dovrebbe incrinare questa routine e aprire nuove domande esistenziali. Dovrebbe. Perché il film preferisce rimanere intrappolato in una successione di dialoghi, discussioni e corse nei corridoi senza mai trovare uno slancio autentico.
La regia di Bourgeois-Tacquet sceglie una messa in scena estremamente piatta, quasi anestetizzata. La fotografia grigia e impersonale restituisce un ambiente ospedaliero privo di qualsiasi identità visiva: non c’è tensione e neppure scene indimenticabili. Tutto appare ordinario nel senso meno interessante del termine.
A salvare parzialmente il film è la prova di Léa Drucker, attrice solida anche quando la sceneggiatura la costringe a ripetere dinamiche già viste decine di volte nel cinema francese contemporaneo. Ma attorno a lei ruotano temi trattati in modo prevedibile: la sanità pubblica francese in crisi, la coppia aperta, la scoperta dell’omosessualità, il bisogno di evasione borghese. Elementi che non vengono mai approfonditi davvero e che finiscono per sembrare inseriti meccanicamente, come tappe obbligate di un cinema d’autore ormai incapace di sorprendere.
Anche la parentesi con Frida interpretata da Mélanie Thierry appare artificiale, costruita con evidente programmaticità. Il film insiste continuamente nel voler sembrare contemporaneo e sensibile ai temi sociali e identitari, ma lo fa senza nerbo.
Curioso il cameo dello scrittore Erri De Luca, presenza che inizialmente lascia perplessi. Solo più avanti, quando il film si sposta a Torino, si intuisce il legame produttivo della sua apparizione.
Più che un film da competizione ufficiale, La vie d’une femme dà l’impressione di essere un prodotto televisivo standardizzato, incapace di lasciare un segno. Peccato.




