Film d’apertura del Festival di Cannes, La Vénus Électrique di Pierre Salvadori arriva sulla Croisette con tutte le caratteristiche del perfetto titolo inaugurale: elegante, accessibile, attraversato da un tono leggero ma mai troppo frivolo. Una commedia sentimentale che si lascia contaminare dal melodramma, dal film storico e persino da una sottile riflessione sul bisogno umano di credere. Non è casuale che il festival abbia scelto proprio un film francese pensato chiaramente anche per il grande pubblico, capace di uscire contemporaneamente nelle sale mentre sfila sulla Croisette. Un espediente usato anche negli anni scorsi.
Ambientato nella Parigi del 1928, il film costruisce un universo sospeso tra luna park, occultismo e atelier artistici. Suzanne, soprannominata “la Venere Elettrica”, lavora in una fiera dove promette scariche di piacere attraverso un bacio elettrificato. Una sera incontra Antoine, pittore devastato dalla morte della moglie, che la scambia per una medium. Da lì prende forma un continuo gioco di specchi tra verità e finzione, tra la donna morta e quella che ne imita le sembianze, tra manipolazione e desiderio autentico. Suzanne si ritrova così intrappolata in una menzogna sempre più complessa, mentre il pittore ritrova lentamente ispirazione e voglia di vivere.
L’idea di partenza è senza dubbio la forza principale del film. Salvadori costruisce una storia che riflette apertamente sul cinema stesso e sulla finzione come consolazione. La componente spiritica diventa quindi meno importante dell’ambiguità emotiva che si crea tra i personaggi: Antoine vuole credere, Suzanne vuole sopravvivere, e lentamente si insinua un sentimento reale che complica tutto.
Visivamente il film è abbastanza curato. La ricostruzione della Parigi tra anni Venti e Trenta ha una propria identità nei colori, nelle scenografie della fiera e negli interni borghesi attraversati da tende, specchi e giochi di trasparenze e occultamenti.
Meno convincente invece il cast, nonostante i nomi importanti. Anaïs Demoustier riesce spesso a dare umanità a Suzanne, ma a volte si avverte una recitazione troppo costruita, quasi programmatica. Anche Pio Marmaï fatica a trovare spontaneità in alcuni momenti più melodrammatici, mentre Gilles Lellouche porta energia ma resta intrappolato in dialoghi talvolta troppo scritti. Si percepisce il lavoro degli attori più che la naturalezza dei personaggi.
Eppure, La Vénus Électrique rimane un’opera gradevole, che scorre con leggerezza – seppur con qualche lungaggine inutile – e trova un equilibrio discreto tra ironia e malinconia. Non tutto funziona fino in fondo, e alcune dinamiche finiscono per ripetersi, ma Salvadori mantiene uno sguardo affettuoso verso i suoi personaggi smarriti, incapaci di vivere senza illusioni. Un’apertura che non lascia davvero il segno ma che potrà trovare il suo pubblico nelle sale.




