Tre notti. Poche stanze illuminate. Fascicoli che passano di mano in mano mentre fuori la guerra divora tutto. In La Troisième Nuit Daniel Auteuil sceglie la via della sottrazione e costruisce un film asciutto e umano, ispirato a fatti realmente accaduti durante la Seconda guerra mondiale.
Più conosciuto come attore, negli ultimi anni Auteuil si è imposto anche dietro la macchina da presa con prove solide, come Le Fil, presentato sulla Croisette nel 2024. E anche quest’anno torna al Festival di Cannes con un film profondamente francese, radicato in una delle pagine più oscure dell’Occupazione.
Ambientato nell’agosto del 1942, in pieno regime di Vichy, il film racconta la storia di Gilbert Lesage (1910-1989), giovane direttore del Service Social des Étrangers, impegnato a salvare bambini ebrei insieme a don Alexandre Glasberg, interpretato da Auteuil stesso. Due uomini che, nel cuore di una macchina amministrativa spietata, decidono di ascoltare la propria coscienza invece degli ordini dall’alto.
Come suggerisce il titolo, tutto si svolge nell’arco di tre notti. Tre notti dense di decisioni impossibili e silenzi pesanti. Auteuil costruisce così un film immerso nell’oscurità, attraversato però da luci soffuse e delicate che illuminano i volti quasi accarezzandoli. Ed è proprio una carezza quella che il regista consegna alle nuove generazioni: il ritratto di uomini coraggiosi che seppero opporsi al potere per salvare vite innocenti.
Uno degli aspetti più riusciti del film è il modo in cui mette in scena la burocrazia. Fascicoli, documenti, timbri e firme passano continuamente di mano in mano: carte che sembrano ridurre gli esseri umani a semplici numeri, dossier da approvare o respingere. Eppure, lentamente, quei malloppi tornano ad avere un volto, una storia, un nome e un cognome. È qui che La Troisième Nuit trova la sua dimensione più forte e dolorosa: nel contrasto tra la rigidità delle regole e l’umanità di chi decide di disobbedire.
Anche la regia segue questa linea con grande coerenza. La camera a spalla, sobria e mai invadente, accompagna lo spettatore nei corridoi degli uffici statali e dentro i meccanismi soffocanti dell’amministrazione francese dell’epoca. Nulla viene enfatizzato inutilmente, nulla cerca il facile melodramma.
Se 108 bambini riuscirono davvero a essere salvati il 28 agosto 1942, i loro genitori dovettero firmare dolorosi atti di abbandono. Un’atmosfera tragica che Auteuil restituisce senza mai forzare l’emozione, preferendo concentrarsi sui dilemmi morali della disobbedienza civile. Colpisce anche il fatto che le vittime rimangano quasi sempre fuori campo: gli ebrei imprigionati raramente vengono mostrati. Esistono soprattutto attraverso racconti, testimonianze e documenti timbrati. Una scelta registica intelligente e rispettosa, che evita ogni spettacolarizzazione del dolore e conferma la maturità di Auteuil nel raccontare una pagina importante della resistenza francese.




