Immediatamente trasportati nel sonno profondo della protagonista, non possiamo che farci travolgere dalla presenza onirica che la scena iniziale ci mostra nella sua totale presenza.

Con The Shape of Water (La forma dell’acqua), il regista messicano Guillermo del Toro vince il Leone d’Oro alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed ottiene tredici nomination agli Oscar, raccogliendo il consenso di alcuni e il disaccordo di altri.
Quello che, senza dubbio, possiamo dire del film (in uscita nelle nostre sale questo mese di febbraio), è il tentativo riuscito di immersione nelle acque del simbolismo più ricercato e meglio costruito della recente produzione cinematografica.
L’intenzione di portare sullo schermo una storia che provenga direttamente da un poderoso passato lovecraftiano (Abitatori del Profondo), raccontando l’incontro di una donna lontana dal resto del mondo con una creatura mostruosa emersa dall’acqua, non può che coinvolgere lo spettatore.

Da approfondire sarebbero le motivazioni per le quali ad una parte del pubblico la pellicola non sia piaciuta, o anzi abbia dato fastidio, forse prendendo in considerazione il forte legame con altre storie già raccontate, per cui diventa difficile, forse, posizionare autonomamente un calderone tale come The Shape of Water.
Non possiamo esimerci dal dire che il regista abbia le carte in regola per giocare ad incastro con una lunga serie di riferimenti legati perlopiù all’immaginario dell’essere umano, e la sua filmografia lo conferma.

In piena Guerra Fredda, l’ultimo film di Del Toro viene narrato da quelle voci che, nel 1962, non avrebbero avuto modo di farsi sentire, senza rischiare di cadere nello scontato, bensì servendosi della Storia e delle storie che hanno formato un’epoca, lontani dal citazionismo, avvalendosi di quei simboli e di quei contesti tanto reali e radicati quanto appartenenti alla fantasia e al linguaggio delle immagini.

Per approfondire e sviscerare la mole di volume che questo film riflette attorno a sé, ne abbiamo parlato con il docente di Analisi del Film al CISA di Lugano Edoardo Colombo.

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