Lascio quindi da parte la rinascita del cinema americano grazie ad autori come Scorsese, Altman, Coppola, Spielberg, Lucas, De Palma, ecc.) e mi concentro su un film laterale. Uno alla Rocky (1976), per intenderci – e il paragone non è fatto a caso poiché, come vedremo, le similitudini non mancano. Questa è una di quelle pellicole che nascono un po’ per caso e un po’ per necessità e che diventano, inaspettatamente, blockbuster. Il film è Saturday night fever (La febbre del sabato sera).
All’epoca il regista, John Badham, non è molto conosciuto, mentre il giovane protagonista, John Travolta (nato in una cittadina del New Jersey), è già un idolo per i ragazzi in quanto interprete della serie televisiva I ragazzi del sabato sera. La vicenda si svolge appunto a New York e in particolare a Brooklyn, e racconta la vita di un ragazzo italoamericano: Tony Manero. Durante la settimana lavora in un negozio di pittura e il sabato sera va a ballare con i suoi amici al 2001 Odyssey, dove è considerato il principe della pista. Una sera conosce Stephanie, una ragazza di Brooklyn che lavora però a Manhattan, oltre il ponte, e non fa che parlare dei personaggi famosi che incontra. Tony se ne innamora e la convince a partecipare, insieme a lui, a un concorso di ballo.
Il film è passato alla storia per diverse ragioni. In primis perché è stato il primo a parlare in modo convincente e realistico dell’ambiente della disco music e delle discoteche. Inoltre ha consacrato a icone mondiali John Travolta e la musica dei Bee Gees. Ma tra gli aspetti che sono diventati dei topos di quest’opera come si fa a non citare il completo bianco (con uno stile che ricorda i vecchi gangster) di Tony Manero e il famoso gesto con il braccio alzato nel mezzo della pista?
E c’è molto altro. Perché La febbre del sabato sera è anche un ottimo ritratto sociale, culturale ed economico di un particolare momento storico e l’emblema di una città come New York (e pure di una Nazione) che sta mutando. Cambiamenti che faranno tendenza anche nella vecchia Europa e nel resto del mondo occidentale. Gli USA si trovano infatti nel pieno della Guerra del Vietnam e dello scandalo Watergate che costa a Nixon la carica di presidente. New York all’epoca è una città dura, in cui le bande di giovani guerrieri si battono per controllare una fetta di territorio. Malgrado ciò, o forse anche per questa ragione, proprio in quegli anni la città vive un fermento culturale impressionante. Basti pensare all’influenza della Factory di Andy Warhol, ma anche alle nuove idee musicali che si respirano in locali storici come il CBGB e lo Studio 54.

Il film, tra un ballo e l’altro, ci dice molto. Ci interroga sulla fragilità di una generazione che non sa più guardare al futuro, ma che vive solo per arrivare al fine settimana e sballarsi. Gli emblemi sessantottini sesso, droga e Rock and Roll restano vivi, ma hanno perso quell’aura di libertà che li avvolgeva.

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