Al Locarno Film Festival abbiamo incontrato Lionel Baier, regista de La Cache (in uscita nelle nostre sale oggi, 11 settembre). Con lui abbiamo affrontato i nodi centrali del suo cinema: dal delicato equilibrio tra comico e tragico al lavoro sul montaggio, fino alla sua esperienza come docente e produttore.

La Cache (Il nascondiglio), presentato in competizione alla Berlinale, è un’opera di sicuro interesse: divertente e drammatica. Questa, in breve, la trama. Mentre la Francia è in subbuglio per le proteste studentesche, un bambino scopre una stanza segreta e un gatto in un sottoscala. La famiglia, in un’atmosfera di scompiglio politico, deve confrontarsi con il proprio passato. Il film, ispirato al romanzo autobiografico di Christophe Boltanski, intreccia la storia della famiglia con le vicende di un artista che deve fare i conti con le proprie origini e le ombre del passato.

Il registro usato nel film è l’umorismo. Come è riuscito a trovare un equilibrio con gli eventi drammatici raccontati?

Quando si scrive una commedia è indispensabile partire da un tema serio, importante. Se invece partiamo da qualcosa che è già comico, la commedia non funziona. In questo senso la famiglia, secondo me, è il nucleo sociale più complesso: pensiamo che circa l’80% dei decessi avvenga proprio in ambito familiare, soprattutto in momenti delicati come il Natale o Capodanno. La commedia consente di toccare temi dolorosi come questi in modo creativo e non banale.

Nel suo film c’è una data importante: il 3 maggio 1968. Ce la spiega?

Il 3 maggio 1968 segna una data cruciale: circa quattrocento manifestanti occuparono l’Università della Sorbona, dando inizio a una stagione che avrebbe cambiato la storia. Ma quello stesso giorno, per lo scrittore Christophe Boltanski, assunse anche un significato intimo e personale: suo zio Christian ebbe infatti la sfortuna di inaugurare proprio allora la sua prima mostra di pittura. Da questo episodio siamo partiti, intrecciando la grande storia con ricordi privati. Il film nasce come un miscuglio di memoria familiare e memoria collettiva, unendo la mia esperienza a quella di Boltanski. Nel suo libro, quel mese occupa soltanto un paragrafo; io invece ho scelto di restare fedele più allo spirito del romanzo che alla lettera dei fatti, seguendo la mia libertà creativa.

Lei è anche docente. Com’è il suo rapporto con i giovani?

Jean-Luc Godard diceva che il cinema è l’arte dei giovani. Non sono certo che sia del tutto vero, ma c’è qualcosa di giusto: i film del futuro nascono nelle scuole di cinema. Il cinema non deve restare fermo, deve rinnovarsi e rimanere in contatto con i giovani. Quando si diventa registi, spesso ci si ritrova soli: cinque anni a scrivere, due mesi a girare, sei a montare… e poi di nuovo cinque anni chiusi in sé stessi. A scuola, invece, vivi quotidianamente il lavoro degli altri: osservi, ti confronti, impari anche dagli errori altrui. Questo ti tiene in contatto continuo con il cinema.

Io sono direttore della Fémis (Ècole nationale supérieure des métiers de l’image et du son), a Parigi e parlare ogni giorno di cinema, confrontarsi con studenti e colleghi, è una fortuna enorme: mi aiuta a restare immerso in un flusso creativo costante.

Che differenza c’è, per lei, tra il lavoro di regista e quello di produttore?

Gli obiettivi, in fondo, sono simili: riuscire a terminare il film. Da regista lo sogni, ti immagini il giorno in cui lo vedrai con il pubblico, come a Locarno. Da produttore provi la stessa eccitazione, anche se l’idea non è tua.

Ho prodotto i film di Ursula Meier: le sue storie non erano le mie, ma partecipare al processo creativo mi interessava moltissimo. Con Jean-Stéphane Bron siamo cresciuti insieme, tra angosce e piaceri. L’idea della nostra società di produzione era di mettere in comune le connessioni e le conoscenze: io avevo rapporti con la Francia, altri con il Belgio, e così via. Insieme ci sostenevamo, perché i produttori spesso sono isolati. Noi, invece, volevamo condividere dubbi, stress, idee irrazionali, allargando la nostra “famiglia” cinematografica a cineasti vicini a noi.

E ora, su cosa sta lavorando?

Sto preparando un documentario sul rapporto con la notte. La notte è come un paese che cerchiamo di colonizzare: per secoli gli europei hanno colonizzato territori lontani, oggi trasformiamo la notte in un’estensione del giorno, del commercio, delle varie attività.

Il documentario sarà un viaggio in diversi luoghi del mondo: in Africa occidentale, per esempio, la notte un tempo era pericolosa per viaggiare, ma le nuove infrastrutture la stanno cambiando. Anche a Locarno, durante il festival, il rapporto con la notte si modifica: la città vive diversamente, i negozi restano aperti, le persone si riversano nelle strade, ecc. Sarà un documentario con elementi di fiction, pronto nel 2028. Nel frattempo, sto preparando anche un film e continuo a seguire i progetti dei miei colleghi.

Dalle sfide del montaggio al confronto con la memoria storica, fino alla curiosità per i progetti futuri, Lionel Baier conferma un approccio al cinema capace di unire profondità e leggerezza. Il suo sguardo, sempre in dialogo con il pubblico e soprattutto con i giovani, restituisce un’idea del cinema come spazio di confronto, di scambio e di libertà.