Non tutti amano il cinema horror: molti lo considerano, a torto o a ragione, un genere minore. C’è chi, invece, pensa che l’horror non abbia nulla da invidiare ad altri tipi di cinema: amanti del genere, vi rimangono fedeli negli anni, un po’ come chi si professa appassionato di un genere letterario o musicale. Con il tempo, però, per sopravvivere i generi (letterari, musicali, artistici o cinematografici) vanno incontro a delle contaminazioni, delle evoluzioni e delle ridefinizioni che, come succede nelle arti figurative, danno luogo a nuove sensibilità e nuovi stili. Innovazione e continuità non sono però necessariamente in contrasto. Ultimamente, per esempio, sotto la spinta della Blumhouse Productions (casa di produzione cinematografica statunitense fondata nel 2000 da Jason Blum) il cinema horror ha vissuto un periodo di intenso rinnovamento che ne ha favorito il rilancio, grazie soprattutto a una sapiente miscela di innovazione e di fedeltà al genere.
Ad oggi, la Blumhouse ha prodotto una settantina di film. Più della metà appartiene al genere horror: Get out (2017), Split (2017), Glass (2019), Auguri per la tua morte (2017), The Visit (2016), La notte del giudizio (2013), Ouija (2016), Paranormal Activity (2007), Insidious (2010) sono alcuni esempi. Si tratta di film che, seppur diversi, rinviano a scelte, a punti di riferimento stilistici, e a orientamenti estetici ben precisi.
Quali sono dunque le caratteristiche del nuovo cinema horror prodotto dalla Blumhouse?

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