Foto di Roberto Pellegrini

Interessante, stuzzicante e divertente. La tavola rotonda sul regista francese Jean-Marie Straub che Locarno omaggia questa sera con il pardo d’onore, è stata tutto questo e altro ancora, grazie a interlocutori d’eccezione, che con il regista hanno avuto il privilegio di lavorare oppure gli sono stati amici per decenni.

È stato l’ex direttore del Festival di Torino Roberto Turigliatto ricordare come in Italia Straub, e la sua compagna di viaggio Danielle Huillet, siano stati conosciuti solo grazie a una retrospettiva organizzata dalla rassegna piemontese e da Fuori Orario di Rai3. «Come loro non ce ne sono stati molti perché hanno detto quello che volevano e nel modo che hanno scelto, mettendo in primo piano l’affettività. E lo hanno fatto in opposizione all’industrializzazione del cinema» ha ricordato il fondatore della Cineteca Svizzera Freddy Buache.

Da parte sua il direttore della fotografia Renato Berta ha ricordato di aver conosciuto Straub a Soletta. «Mi parlò di un suo film: Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi e decisi di collaborare. Jean-Marie mi ha sempre detto che quello era il film preferito di Danielle». Come ha aggiunto lo stesso Berta nel corso degli anni «ho visto un cambiamento enorme nel loro lavoro. I punti di vista, con gli anni, si sono ridotti sempre di più fino ad arrivare a uno solo. La camera veniva messa in un solo punto e tutto il girato veniva fatto da lì».

Christophe Clavert (l’altro direttore della fotografia di Straub, arrivato dopo Berta) ha spiegato che il passaggio al digitale per il regista è stato fatto per una questione economica. «Dopo la scomparsa di Danielle è mancata la parte produttiva e per forza di cose è stato necessario diventare più agili. Il digitale ce lo ha permesso». Clavert ha anche precisato come per Straub la costruzione dei piani sia sempre stato un fatto concreto e legato al territorio in cui girava.

Particolarmente toccanti le testimonianze di attori che hanno lavorato con Straub: Astrid Ofner, Giovanna Daddi, Giorgio Passerone e Dario Marconcini. Quest’ultimo ha evidenziato l’importanza dei due registi per la lingua italiana. «Per me, che facevo teatro, è stato un grande insegnante. Ci ha riportati sul testo, con i giusti tempi, i respiri tra una battuta e l’altra. Quasi fosse una partitura musicale. Secondo me è stato un modo nuovo per affrontare uno scritto. Mi ricordo che mi sconvolse e che in seguito riprovammo a fare la stessa cosa tra di noi, ma con risultati deludenti. Il suo sistema dovrebbe essere insegnato a scuola».

Forse anche il modo di girare dovrebbe essere preso come esempio dai giovani. La ricerca del punto preciso in cui mettere la camera, è stato detto più volte, poteva durare giornate intere. Così come era normale rifare ogni scena almeno 20 o 30 volte.

Insomma un regista d’altri tempi che Locarno ha avuto il merito di valorizzare in diverse edizioni con diverse opere come Antigone e Kommunisten. L’ultima oggi, in seconda serata, dove verrà proiettato Sicilia! Dopo il blockbuster americano Atomic Blonde.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY