A giudicare dalla durata — oltre tre ore e mezza — qualcuno potrebbe pensare: “Ecco un altro interminabile film orientale alla Lav Diaz”. E invece no. Siamo in tutt’altro luogo: in Africa. E la regia è firmata dal portoghese Pedro Pinho. I Only Rest In The Storm, presentato nella sezione Un Certain Regard, è un’opera lunga, certo, ma tutt’altro che noiosa.
Il film affronta il tema del neocolonialismo attraverso lo sguardo di Sergio, un ingegnere ambientale giunto in una città africana per lavorare a un progetto stradale promosso da una ONG. Ben presto, però, viene coinvolto in una relazione con una coppia del posto, mentre attorno a lui si intrecciano le dinamiche complesse e spesso ambigue della comunità degli espatriati.
“Ho voluto sviluppare ulteriormente l’esperimento iniziato con The Nothing Factory, portando il discorso al cuore di una ferita collettiva: il confine neocoloniale”, ha dichiarato Pinho. “Il film si muove tra corpi e potere, tra infrastrutture post-coloniali e desiderio, per cogliere le contraddizioni di un territorio lacerato tra dominio e resistenza. In fondo, è una storia di incontri, sparizioni e aspettative disomogenee — una ricerca di vie di fuga, sia intime che politiche.”
Il produttore ha definito il film “un’odissea visivamente sbalorditiva e intellettualmente densa, che mette in discussione la complessità delle dinamiche tra Nord e Sud”. E infatti I Only Rest In The Storm è un viaggio immersivo attraverso paesaggi, culture, sapori e atmosfere di un’Africa lontanissima dalla quotidianità occidentale.
La narrazione coinvolge e non lascia tregua: le vicende in cui è trascinato Sergio si susseguono con naturalezza, e il suo percorso di scoperta diventa anche quello dello spettatore, che condivide il suo spaesamento, le sue fascinazioni, i suoi dubbi e le molte domande senza risposta.
La regia accompagna con eleganza, senza cadere in virtuosismi autocompiaciuti. La macchina da presa si muove con sicurezza, tra le strade asfaltate della città e quelle polverose della campagna. Anche il cast è convincente: dal disorientamento del protagonista, alla vitalità della donna di cui si innamora, fino al cinismo disilluso della prostituta, ogni personaggio lascia il segno con naturale autenticità.
Un film che meriterebbe senz’altro maggiore visibilità, una distribuzione festivaliera ampia, e perché no, anche un posto nelle sale del circuito arthouse.




