La disabilità è al centro dell’opera prima di Tommaso Landucci, presentata nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia. Ma il punto di forza del film è proprio quello di non farne un manifesto. La disabilità resta una presenza costante, quotidiana, con cui convivono tutti i personaggi, quasi fosse un ritmo naturale della loro esistenza.
Dario, interpretato da Riccardo Scamarcio, è un uomo che sembra vivere sempre sull’orlo di una crisi isterica. È un personaggio che trattiene continuamente: urla pochissimo, sussurra molto, ingoia parole e frustrazioni. Scamarcio costruisce un’interpretazione tutta interna, fatta di piccoli scarti e silenzi. È una scelta efficace, ma lascia addosso anche una sensazione di rabbia inespressa, quasi che quella tensione repressa finisca per contagiare lo spettatore.
La famiglia si muove dentro una routine apparentemente normale. Le giornate scorrono tra casa, lavoro, visite, piscina riabilitativa. E proprio questa normalità rende più evidente il peso della fatica. I sacrifici non vengono spiegati: si vedono nei gesti della madre, nella fisicità di chi deve sollevare Enrico, assisterlo, adattare ogni momento della giornata alle sue necessità.
Uno degli aspetti più interessanti è il modo in cui il film racconta l’assenza di comunicazione. I dialoghi parlano quasi sempre di cose da fare, di incombenze pratiche, mai di emozioni. Tra Dario e il fratello esiste una distanza antica, alimentata anche dalla figura di un padre autoritario. Persino quando il melodramma affiora – soprattutto nella famiglia del fratello, alle prese con un figlio adolescente in piena crisi – sembra arrivare sempre troppo tardi, quando ormai le parole hanno perso il loro peso.
Il cuore del film, però, sta nel rapporto tra Dario e il nipote adolescente. È lì che si manifesta il conflitto più scomodo: quel ragazzo diventa il figlio che avrebbe voluto avere. Lo introduce al motocross, gli insegna i primi rudimenti, condivide con lui una complicità che con Enrico non potrà mai vivere. È un sentimento quasi inconfessabile, che Landucci costruisce senza trasformarlo in un giudizio morale. Del resto, il titolo stesso rimanda a una fiaba di Esopo: una scimmia incapace di amare allo stesso modo i propri cuccioli. Qui, però, il conflitto non riguarda la preferenza tra due figli reali, bensì lo scarto doloroso tra il figlio che esiste e quello immaginato.
Mi ha colpito anche il ricorrere dell’acqua. La pioggia quasi costante, la piscina terapeutica di Enrico e quella nuova che il nonno costruisce come possibile luogo di riunione familiare sembrano raccontare la stessa cosa: l’acqua dovrebbe lavare le tensioni, creare uno spazio condiviso, e invece diventa il contenitore di ciò che resta irrisolto. La piscina del nonno è il simbolo più evidente di questo desiderio di tenere insieme una famiglia che continua invece a sfuggire di mano.
Visivamente il film mantiene sempre un tono misurato, con una fotografia sobria e un’ambientazione torinese che non cerca mai di imporsi sulla storia. Anche questo contribuisce a quell’impressione di quotidianità che attraversa tutta la narrazione.
Alla fine, però, resta una sensazione di occasione solo in parte colta. L’idea di partenza è forte, i personaggi hanno una materia emotiva importante e Scamarcio regge il film con grande controllo. Manca però quel nerbo narrativo capace di portare davvero a fondo il conflitto. Landucci osserva molto, suggerisce parecchio, ma raramente affonda il colpo.
Si esce dalla sala con qualcosa addosso, questo sì. Ma è la stessa sensazione che accompagna Dario per tutto il film: quella di restare un passo sotto la superficie, incapaci di trovare il coraggio di immergersi davvero.




