La Russia stalinista — con il suo regime oppressivo, le prigioni segrete, le purghe e la polizia politica — è il vero protagonista de I due procuratori, nuovo film in concorso di Sergei Loznitsa. Ambientato nel 1937 a Brjansk, nel pieno delle Grandi Purge, il film racconta la discesa negli ingranaggi del totalitarismo di Alexander Kornev, un giovane procuratore che riceve una lettera scritta col sangue da un detenuto, Stepniak, e decide di indagare.
Diviso in due parti ben distinte, il film alterna il rigore claustrofobico di una prigione segreta — dove si muove la prima parte, girata con camera fissa, dialoghi rarefatti e atmosfera plumbea — a una seconda sezione più dinamica, ambientata in città e su un treno, in cui si parla di più, si canta perfino, ma senza che il senso di assurdo e smarrimento venga meno.
Loznitsa stesso descrive il suo protagonista come un personaggio da fiaba russa: “Va là — ma non sai dove sia ‘là’. Trova questo — ma non sai cos’è ‘questo’”. Kornev agisce guidato da ideali, da una logica interna, ma nel mondo che lo circonda nulla è ciò che sembra. Come in Kafka o Gogol — entrambi citati dal regista come influenze dirette — l’eroe è intrappolato in un meccanismo che annienta ogni umanità, persino nei suoi più ferventi sostenitori.
Tratto da un racconto di Georgy Demidov, fisico e prigioniero politico sopravvissuto a 14 anni di Gulag, il film è il risultato di una lunga gestazione. “Quando ho letto Due procuratori, sono rimasto affascinato. È una storia che ti resta dentro”, spiega Loznitsa. Il racconto, scritto nel 1969 ma pubblicato solo nel 2009, rappresenta una testimonianza preziosa di ciò che accadde nel cuore oscuro del regime sovietico.
A livello visivo, il film si impone per la sua essenzialità: girato con camera fissa, in formato 1.33, in una prigione reale di epoca zarista a Riga (chiusa per insalubrità), e con una tavolozza cromatica ridotta ai grigi, bruni e neri, con rare e significative presenze del rosso sangue. È un’opera che respira il rigore e la coerenza etica del suo autore, che rifiuta scorciatoie emotive e facili soluzioni visive.
Loznitsa costruisce un’opera che è sì storica, ma che parla con forza al presente. “Finché esisteranno regimi totalitari nel mondo, questi temi resteranno rilevanti”, afferma. Il suo è un cinema che non si limita a mostrare: vuole capire, far riflettere. E lo fa senza retorica, ma con una precisione chirurgica.
Kornev, interpretato con sobrietà e tensione interiore da Aleksandr Kuznetsov, è il volto disilluso di una generazione cresciuta nel mito della rivoluzione e tradita dal sistema che avrebbe dovuto rappresentare. Il film ci ricorda con lucidità che i regimi autoritari, prima o poi, divorano i propri figli. È una tragedia con venature grottesche, una riflessione amara ma necessaria su ciò che accade quando lo Stato si fa ideologia assoluta.
Con I due procuratori, Loznitsa firma una delle sue opere più intense e disturbanti. Un film difficile, austero, eppure di grande impatto emotivo.




