Ci sono film che hanno bisogno di una sala. Il desiderio di essere inutile – Hugo a Venezia è uno di questi. Sia per la bellezza delle immagini, sia per il modo in cui Stefano Knuchel filma Venezia, ma non solo.
Il regista ticinese torna a Venezia con l’ultimo capitolo della trilogia dedicata a Hugo Pratt, dopo Hugo in Africa e Hugo in Argentina. E arriva nella città che per Pratt non è semplicemente un luogo, ma una parte della sua formazione, della sua memoria e del suo immaginario.
Venezia è presente quasi fisicamente. L’acqua, la laguna, le barche, i canali. I ragazzini che nelle immagini in bianco e nero si tuffano nell’acqua. Il dialetto veneto. Sono dettagli, ma è attraverso di essi che Knuchel costruisce il suo Pratt. Non cerca una biografia completa e nemmeno un ritratto celebrativo. Prende pezzi di vita e li lascia dialogare con le immagini.
Pratt bambino incontra Ulisse a fumetti e, in qualche modo, comincia da lì il viaggio. Prima ancora di partire davvero. Poi arriveranno gli oceani, i paesi, le persone incontrate lungo la strada. Gli anni Sessanta e quelle esperienze che finiranno dentro le sue storie. Pratt viaggia molto, ma soprattutto osserva. E ha una capacità quasi naturale di avvicinarsi alle persone, di ascoltarle, di raccogliere atmosfere. È forse questa la cosa che più colpisce del film: quanto poco separi la vita di Pratt dai suoi fumetti. Le persone incontrate diventano personaggi, i luoghi diventano paesaggi e le diverse lingue diventano parte del racconto.
Infatti la questione linguistica non è secondaria. Il veneziano convive con il francese delle parti girate in Romandia e con le altre lingue che attraversano la vita di Pratt. È una dimensione che ritorna anche nelle sue tavole, dove culture e mondi diversi sembrano incontrarsi continuamente.
C’è poi la Svizzera. Pratt ne parla come di un luogo tranquillo, quasi necessario per poter lavorare. Disegna i suoi acquerelli, legge, raccoglie libri. Tanti libri. Ricorda una biblioteca di trentamila volumi, che in realtà erano circa diciottomila. Anche questa piccola differenza racconta qualcosa di lui.
Knuchel procede senza fretta. E qui sta forse la caratteristica più particolare del documentario. La macchina da presa non sembra avere bisogno di arrivare subito da qualche parte. Segue i tempi della laguna e quelli del mare e così facendo le immagini respirano.
Pratt appare come un uomo continuamente in movimento, anche quando è fermo. Uno che ha bisogno di viaggiare per poter raccontare e forse anche di raccontare per poter continuare a viaggiare. La sua curiosità sembra non avere confini. E il film riesce a restituire proprio questa inquietudine, senza trasformarla in una spiegazione.
Il desiderio di essere inutile non è quindi soltanto un film su Hugo Pratt. È un film sul modo in cui nasce un immaginario particolare come il suo. Da una città, da un libro letto da bambino, da un viaggio, da una conversazione, da una persona incontrata per caso. Da tutto quello che rimane dentro e prima o poi torna fuori, magari sotto forma di una tavola, di un acquerello o di una nuova avventura.
E forse per questo Venezia è il posto giusto per chiudere la trilogia. Si torna al punto di partenza, ma Pratt non è più soltanto il bambino che guarda il mondo. È l’uomo che quel mondo lo ha attraversato, raccolto e trasformato in tavole e nel personaggio di Corto Maltese.




