Questo del regista Aaron Katz è un film-lounge. Per guardarlo occorre essere del mood giusto. Senno sei fregato e non lo apprezzi. Più della vicenda è importante l’atmosfera che riesce a creare. Più delle parole sono importanti le immagini e la musica. Se si presta attenzione a queste due piccole premesse si può amare un film come Gemini, apparentemente freddo e distaccato.

Siamo a Los Angeles dove una starlette, stufa del suo lavoro, decide di sparire dalla circolazione. L’occasione le si propone per caso ed è drastica. La sua assistente viene sospettata di averla uccisa. E per sfuggire alla polizia si vede costretta a cambiare aspetto tingendosi i capelli di biondo.

Un storia che ripropone il classico thriller hollywoodiano. Ma è la modalità con la quale viene proposta ad essere originale. I tempi dilatati, l’indugiare sulle azioni tra un fatto e l’altro sono la bellezza di questa opera. E allora la celebre frase di Alfred Hitchcock: «Il cinema è la vita senza le parti noiose» viene radicalmente capovolta. Per Katz è il contrario: il cinema è la vita con le parti noiose, lui – un po’ come Michelangelo Antonioni – insiste su momenti in cui non succede nulla. Inquadra la città più del necessario all’azione, i giri in moto sono lunghi, la camera insiste sui primi piani della protagonista e le azioni sembrano non terminare mai. È appunto un ritmo lounge, dilatato e disteso. E questo che cosa comporta per lo spettatore? Alla fine non gli interessa quasi più che cosa sia successo, come sia morta la protagonista e chi sia il colpevole. Non è più importante. È l’atmosfera in cui è immerso a essere fondamentale. È lo stato d’animo della protagonista nel girovagare per la città, a interessare.

Paradossalmente e malgrado la frase citata, questo è proprio un film alla Hitchcock. Non solo per la trasformazione della protagonista – a metà film – da una ragazza con i capelli scuri a una bionda (chiara citazione a La Donna che visse due volte), ma soprattutto per l’indefinibile incertezza dei sentimenti provati dal personaggio principale. Una caratteristica tipica del maestro che in più di un’opera emerge come tratto fondamentale. Incertezza che ritroviamo anche in questo bel film dai toni soffusi, dalla musica di sottofondo tipica di un ambiente rilassato, dai colori freddi virati all’azzurro, appunto da lounge.

E l’eterno sguardo interrogativo dell’assistente – che noi accompagniamo lungo la seconda parte del film – alla ricerca della verità sulla morte della sua amica e datrice di lavoro, ne è l’emblema.

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