Oggi esco di casa con passo molleggiato e sicuro; sarà che in questi ultimi giorni l’afa è visibilmente alle spalle, penserete voi. No, non si tratta del caldo, ma piuttosto di un pensiero ben chiaro nella mia mente; o forse è qualcosa di più di un pensiero, diciamo che è una certezza, o quasi: o, se volete, è un pensiero la cui fisionomia assomiglia a quella del fatto assodato. Il pensiero, o quasi certezza, che mi abita la mente mi suggerisce che i film coreani che prendono parte al Locarno Festival di solito non deludono: anzi, entusiasmano. Infatti oggi (giovedì 9 agosto) c’è Gangbyun Hotel di Hong Sangsoo. Un film coreano, per l’appunto. Ecco perché il mio passo sicuro, se ancora non fosse chiaro.

Gangbyun Hotel racconta di un anziano poeta che alloggia presso un hotel in riva a un fiume: sente l’approssimarsi della morte, e convoca i propri figli, con cui non ha più rapporti da tempo, per condividere questo strano presagio. Nello stesso momento una giovane donna, dopo essere stata tradita da un uomo, prende una stanza nello stesso hotel, e invita un’amica a stare con lei. I due gruppi, consapevoli l’uno della presenza dell’altro, rimangono separati, si osservano. Non mancano, qua e là, alcuni sparuti dialoghi e interazioni episodiche, che sembrano leggere come l’aria, e che portano le persone ad avvicinarsi e ad allontanarsi con altrettanta facilità. Tutto sembra ovattato, sospeso, in questo mondo innevato presso il fiume, dove anche le parole sembrano perdere e acquistare peso facilmente.

È un film che convince, entusiasma, porta al concorso internazionale un’eleganza e un’essenzialità che forse quest’anno ancora mancavano. Del resto, non è un caso che proprio Hong Sangsoo, nel 2015, abbia ha già vinto il Pardo d’oro con Right Now, Wrong Then.

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